In Italia da anni si parla di emergenza educativa, i segnali di disagio tra i ragazzi e i giovani sono tanti e non si tratta solo di fenomeni come la dispersione scolastica e la conflittualità tra generazioni diverse che hanno difficoltà a comprendersi e dialogare.

 

 

 

 

L’emergenza educativa agisce anche come un catalizzatore per la violenza giovanile perché, quando mancano valori, empatia, controllo degli impulsi, c’è una banalizzazione del male. Di queste tematiche si è parlato nei giorni scorsi nel seminario di formazione per i cappellani degli istituti minorili (Ipm), intitolato “Emergenza o crisi educativa: una sfida per tutta la società” e promosso dall’Ispettorato generale dei cappellani delle carceri italiane. A don Gabriele Morello, sacerdote leccese, parroco della comunità cittadina di Santa Maria della pace e, da pochi mesi, cappellano dell’Ipm di Lecce (LEGGI), di ritorno dal seminario svoltosi a Roma per iniziativa dall’Ispettorato generale dei cappellani delle carceri italiane, abbiamo rivolto alcune domande.

 

Don Gabriele, hai partecipato per la prima volta al seminario di formazione per i cappellani degli istituti minorili, come è stato affrontato il tema dell’emergenza educativa negli istituti di pena per minori?

La frase "siamo gettati nel mondo" di Heidegger può essere la sintesi di questa esperienza di formazione poiché indica quanto l'esistenza umana (Dasein) non è scelta, ma è un trovarsi in una situazione esistenziale, storica e culturale non decisa da noi, in cui ci scopriamo "scagliati". Riflettere sull’emergenza educativa giovanile a 360 gradi è stato importante per il mio ruolo di cappellano, ma anche di parroco e di educatore. Confrontandoci tra noi sacerdoti impegnati in questo servizio, è emersa la necessità di intercettare le realtà di disagio e di solitudine presente nel nostro territorio in cui i giovani sono “scagliati”, prima che queste possano sfociare in scelte sbagliate e illegali. L’assenza di una figura educativa forte (paterna) porta alla mancanza di modelli da seguire, essenziali per un ragazzo in età adolescenziale e in formazione. Un deficit di “ascolto autentico”, profondo, non giudicante, ma aperto all’accoglienza potrebbe prevenire la solitudine dei social in cui oggi ci si rifugia.

 

Come un cappellano può aiutare i ragazzi ristretti?

Un cappellano ha il compito di stare; il più grande programma pastorale in carcere e particolarmente con i minori è il farsi prossimo, famigliare come direbbe la storia del piccolo principe, “addomesticare”. Un rapporto di fiducia che va costruito partendo dall’assenza di giudizio. Sospendere lo sguardo giudicante (poiché sono già stati giudicati dalla legge) e guardare chi ci viene affidato con occhi nuovi che possano vedere un potenziale in ogni ragazzo. Tenendo ben presente che ogni giovane porta con sé storie personali e di famiglia che non possono essere cancellate. Bisogna operare con pazienza e amore affinché possano riconciliarsi con il loro vissuto.

 

Dalla tua breve esperienza a Lecce, credi che siano necessarie alleanze educative? Quali?

In equipe con educatori e personale di sorveglianza, comprendere dove il disagio è sociale o psichico e costruire percorsi personali su misura, ma soprattutto condivisi dai ragazzi. La volontà del ragazzo è il tassello fondamentale per la riuscita del percorso educativo. Anche uno solo di questi fratelli più “fragili” che si perde è il frutto di un fallimento sociale e questo, moralmente, fa male a noi che abbiamo accettato questa sfida. Servono dei percorsi di reinserimento sociale. Intercettare singoli e imprese che vogliono scommettere dando nuove possibilità, ma questo è un discorso troppo lungo e complesso da sintetizzare in un articolo. Prima di tutto, bisogna operare la giustizia riparativa. Vicinanza e accompagnamento da parte delle istituzioni rivolta a chi ha subito il reato; dall’altra parte una presa di coscienza del male fatto per giungere a ricucire lo strappo sociale tra detenuto e parte lesa. Un percorso complicato, ma non impossibile.

 

Durante la tre giorni avete incontrato il segretario generale della Cei, mons. Giuseppe Baturi: cosa vi ha detto?

L’arcivescovo Baturi, nell’accoglierci e ringraziarci per il nostro operato, ha sottolineato quanto le storie dei carcerati riscrivono le nostre storie e quanto l’operato silenzioso di chi vive questo ministero possa salvare davvero una vita. Siamo riferimenti umani più che spirituali poiché con l’incremento nelle carceri di varie etnie e religioni, cambia il nostro ruolo assumendo nuove sfaccettature. Ha esortato ciascuno di noi a coinvolgere il vescovo e le numerose realtà diocesane nell’inventiva pastorale (che è sempre molto limitata e complessa per norme e leggi, ma possibile a chi vuole impegnarsi davvero) sensibilizzando e invitando la gente al servizio di volontariato senza paura o resistenze poiché é fondamentale. Dare voce a ciò che resta invisibile dietro a muri e sbarre.

 

Cosa ti porti a casa da questo seminario come cappellano?

Ringrazio di cuore don Raffaele Grimaldi, ispettore generale dei cappellani delle carceri italiane, per la possibilità di vivere un momento bello di condivisione e riflessione. Sapere che siamo parte di una “vocazione” meno convenzionale, ma straordinaria perché entra nelle piaghe del Maestro che ci invita a visitarlo mentre é carcerato, ha dato forza al mio cammino. Molto spesso mancano le energie e si è preda dello scoraggiamento, ma sapere che altri 14 sacerdoti condividono la mia chiamata mi rende più forte. Torno carico! Colgo l’occasione per ringraziare l’arcivescovo Angelo Raffaele Panzetta per l’opportunità donatami e tutto lo staff del penitenziario minorile di Lecce (direttore, comandante, educatori, polizia penitenziaria, personale tutto), Dio benedica ciascuno di voi e vi renda strumenti della sua grazia.

 

 

 

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