Era il 30 gennaio dell'ormai lontano 2019 - una mattinata certo invernale ma luminosa - quando la statua di Sant'Oronzo lasciava il suo posto nel caratteristico skyline leccese, per scendere dalla colonna romana ed essere affidata alle cure della restauratrice Elisabetta Palmiero nell'androne di Palazzo Carafa (LEGGI).

Da allora, ne è passato di tempo ed è dunque comprensibile l'emozione che ha pervaso i cittadini ieri sera quando, alla presenza delle autorità cittadine guidate dal sindaco Adriana Poli Bortone e dell'arcivescovo Angelo Raffaele Panzetta, il simulacro del patrono ha ufficialmente preso possesso della sua nuova "casa" presso il Sedile, nella piazza che giustamente gli è dedicata. Una sistemazione definitiva e forse la migliore che si potesse auspicare per quello che resta, a tutti gli effetti, l'autentico emblema del capoluogo salentino.
Dalle poesie di mons. Franco Lupo alle vignette di Dario De Giosa, questa statua non ha mai cessato di affascinare e vengono i brividi al pensiero di come innumerevoli generazioni di leccesi siano nate, abbiano trascorso i momenti lieti e tristi della propria esistenza e concluso il loro cammino su questa terra sotto lo sguardo, severo ma benefico, del santo issato sulla colonna. Brividi che diventano pura commozione per quanti amano il santo come un padre e si sentono a lui legati da un vincolo di familiarità celeste che va ben oltre i legami familiari terreni. Sant’Oronzo è per noi il santo della quotidianità. Quante ne ha viste quella statua dall’alto del suo monumento!
L’idea di erigere un significativo ex-voto che eternasse la gratitudine per lo scampato pericolo dalla pestilenza di metà Seicento si sviluppò già durante l’episcopato del Pappacoda ma fu solo nel 1681 che si intrapresero davvero i lavori. L’opera venne commissionata allo Zingarello che, com’è noto, si servì dei rocchi di marmo cipollino africano di una delle colonne terminali della Via Appia presso il porto di Brindisi. A concedere quel materiale fu lo stesso sindaco brindisino Carlo Stea, forse in un eccesso di fervore religioso. La colonna romana era infatti crollata nel 1528, dunque i suoi pezzi giacevano al suolo da più di un secolo ma, in riva all’Adriatico, li si considerava come una nitida testimonianza di grandezza passata. Ciò spiega il perché i successori dello Stea non acconsentirono mai alla donazione, rassegnandosi solo di fronte all’intervento del viceré di Napoli.
A tal riguardo, lo storico Pasquale Camassa ha delle pagine drammatiche: i brindisini avrebbero tumultuato al punto tale da costringere i leccesi a trafugare il marmo in piena notte. Una ricostruzione dei fatti questa messa però in dubbio dallo studioso Nicola Vacca. In ogni caso, nell’estate del 1684 il monumento svettava nella principale piazza del capoluogo salentino ed era pronto ad accogliere la colossale statua del patrono realizzata a Venezia. Questa prima statua ebbe vita breve: durante i festeggiamenti del 1737 venne centrata da un razzo pirotecnico, prese fuoco e in poco tempo andò distrutta tra la costernazione generale. L’enorme testa del santo, tuttavia, pur cadendo dalla sommità della colonna, rimase integra e venne poi esposta proprio nel Sedile dove il popolo accorse a venerarla. Subito però si volle riavere quanto era andato perso in quel terribile incidente. Fu così che l’artista Mauro Manieri realizzò il modello di un nuovo simulacro da mandare, insieme con la testa superstite, ancora una volta in Veneto.
La nuova statua, alta 5 metri, venne infine collocata nel 1739 ed è quella che, da oggi, si potrà ammirare al Sedile. Certo anch’essa si è resa protagonista di episodi singolari, come ad esempio nel 1799 quando, sotto l’influenza degli occupanti francesi, i giacobini vollero piantare l’albero della libertà col berretto frigio. Qualcuno sostenne di aver visto il santo distogliere lo sguardo e addirittura sporgere un piede come a voler scendere con un minaccioso atteggiamento di disapprovazione. Voci analoghe vi furono anche nel 1848 e nel 1861. Vennero poi l’unità d’Italia, l’emigrazione di massa dei salentini all'estero, due guerre mondiali e la nascita della repubblica. Ma, sotto gli occhi di sant'Oronzo, si è svolta anche (forse soprattutto) la storia semplice, anonima e oscura del nostro popolo radicato in quest'estremo lembo della penisola.
Racconto per immagini di Valeria Marrella.


