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Dopo il DISCORSO di Peregrino Scardino, una seconda voce importante per comprendere l’agiografia oronziana di inizio XVII sec. è rappresentata dalla Historia di Santa Irene, redatta nel 1609 dal gesuita Antonio Beatillo (1570-1642) compagno di San Bernardino Realino.

 

 

Il testo è ovviamente dedicato a quella che, all’alba del Seicento, era ancora la celeste protettrice di Lecce ma contiene anche una sorta di breve resoconto della vicenda dei futuri patroni. L’autore si rifà agli scritti del Ferrari e del Regio (lì dove le cose discordano sembra preferire il primo) ma non manca di aggiungere alcuni particolari ignoti alle opere precedenti. Difficile dire se questi dati derivino da fonti a noi sconosciute o se siano - cosa più probabile - delle ipotetiche congetture formulate dallo stesso gesuita.

In primo luogo il Beatillo, pur riconoscendo l’opera dei Santi Giusto ed Orontio, crede che gli antichi leccesi abbiano ricevuto ancor di più l’annuncio evangelico proprio da Sant’Irene di Tessalonica, da lui ritenuta una fanciulla di epoca apostolica, discepola di San Paolo, giunta in Puglia in seguito ad un miracoloso viaggio. Inoltre, egli localizza l’approdo di Giusto nella marina di San Cataldo.

L’elemento di maggior rilievo è però l’irradiazione della fede cristiana da Lecce alle contrade salentine, fatto per niente esplicito negli agiografi cinquecenteschi. Nel Beatillo si assiste anche ad una certa crescita di spessore della figura di Fortunato, in precedenza protagonista solo di fugaci comparse o del tutto ignorato, come nel Discorso dello Scardino. L’autore lo associa infatti ai due eroi cristiani durante le loro apostoliche fatiche e, cosa sino a questo momento inedita nella letteratura oronziana, ne descrive, sia pur con una breve pennellata, il martirio. Notizia questa che sembra giustificabile solo con una tradizione orale senza dubbio tralasciata dai precedenti autori. È improbabile infatti che l’agiografo gesuita abbia potuto creare di sana pianta una tale informazione: «Nè stettero molto a risaper questo [il fatto che Fortunato avesse dato sepoltura ai venerati corpi dei compagni] i ministri della giustizia, onde andati nascostamente al luogo dove Fortunato soleva ritirarsi, lo fecero incontanente prigioniero e, vedendolo immobile nella confessione di Cristo, con lo stesso tormento gli levarono la vita».

A nostro parere è dunque proprio con tale passo beatilliano che venne a costituirsi, per la prima volta in una fonte scritta, la linea di tre personaggi, tutti aureolati dall’eroica gloria del martirio, che troverà poi una definitiva consacrazione alcuni decenni dopo. Di più, la penna del Beatillo è l’unica che specifica come i tre santi testimoniarono la propria fede nel medesimo modo, per decapitazione.

  

 

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