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È l’elemento più caratteristico dello skyline leccese. Un vero emblema della città. Stiamo parlando della colonna di Sant’Oronzo che presto, liberata dalle impalcature che la nascondono, tornerà a riprendersi il ruolo che le spetta.

Dalle poesie di don Franco Lupo alle vignette di Dario De Giosa, questo monumento non ha mai cessato di affascinare e vengono i brividi al pensiero che la vita di innumerevoli generazioni di leccesi si sia svolta sotto lo sguardo, severo ma paterno, del santo issato a 29 metri di altezza.

L’idea di erigere un significativo ex-voto che eternasse la gratitudine per lo scampato pericolo dalla pestilenza di metà Seicento si sviluppò già durante l’episcopato del Pappacoda ma fu solo nel 1681 che si intrapresero davvero i lavori. L’opera venne commissionata allo Zingarello che, com’è noto, si servì dei rocchi di marmo cipollino africano di una delle colonne terminali della Via Appia presso il porto di Brindisi. A concedere quel materiale fu lo stesso sindaco brindisino Carlo Stea, forse in un eccesso di fervore religioso. La colonna romana era infatti crollata nel 1528, dunque i suoi pezzi giacevano al suolo da più di un secolo ma, in riva all’Adriatico, li si considerava come una nitida testimonianza di grandezza passata. Ciò spiega il perché i successori dello Stea non acconsentirono mai alla donazione, rassegnandosi solo di fronte all’intervento del viceré di Napoli. A tal riguardo, lo storico Pasquale Camassa ha delle pagine drammatiche: i brindisini avrebbero tumultuato al punto tale da costringere i leccesi a trafugare il marmo in piena notte. Una ricostruzione dei fatti questa messa però in dubbio dal pubblicista Nicola Vacca.

In ogni caso, nell’estate del 1684 il monumento svettava nella principale piazza del capoluogo salentino ed era pronto ad accogliere la colossale statua del patrono realizzata a Venezia. Tale statua ebbe vita breve: durante i festeggiamenti del 1737 venne centrata da un razzo pirotecnico ed essendo in legno rivestito di rame, prese fuoco e in poco tempo andò distrutta tra la costernazione generale. L’enorme testa del santo tuttavia, pur cadendo dalla sommità della colonna, rimase integra e venne poi esposta nel Sedile dove il popolo accorse a venerarla. I più devoti raccolsero anche le ceneri e corse voce di diverse guarigioni miracolose ottenute tramite esse. Subito si volle riavere quanto era andato perso in quel terribile incidente.

Fu così che l’artista Mauro Manieri realizzò il modello di un nuovo simulacro da mandare, insieme con la testa superstite, ancora una volta in Veneto. La nave incaricata della missione fece però naufragio nei pressi di Ragusa (l’attuale Dubrovnik, in Croazia). L’equipaggio riuscì a salvarsi mentre il carico andò completamente perduto tranne la cassa in cui era stato posto il capo del santo e, come ricorda Pompeo Maritati, i ragusani, considerando prodigioso l’evento, dedicarono a Sant’Oronzo una cappella. La nuova statua, alta 5 metri, venne infine collocata nel 1739 ed è quella che ancora oggi si ammira. Certo anch’essa si è resa protagonista di episodi singolari, come ad esempio nel 1799 quando, sotto l’influenza degli occupanti francesi, i giacobini vollero piantare l’albero della libertà col berretto frigio. Qualcuno sostenne di aver visto il santo distogliere lo sguardo e addirittura sporgere un piede come a voler scendere con un minaccioso atteggiamento di disapprovazione. Voci analoghe vi furono poi nel 1848 e nel 1861. La statua vide però sul serio due discese in tempi a noi più prossimi: durante la Seconda Guerra Mondiale (occasione in cui Michele Massari rifece il piedistallo prestando i tratti del figlio Antonio all’angelo posto ai piedi del santo) e negli anni ’80 quando la si sottopose ad un ulteriore restauro.

 

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