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È stata un’emozionante giornata di riscoperta delle proprie radici cristiane, quella di ieri 19 ottobre, per la Chiesa di Lecce che è tornata a stringersi intorno al patrono per la consueta festa autunnale di Sant’Oronzo.

Una tradizione, sino a qualche tempo fa, pressoché scomparsa ma oggi tornata viva grazie all’impegno del rettore del santuario fuori le mura, don Maurizio Ciccarese, ai fedeli della parrocchia del Cuore Immacolato e soprattutto all’arcivescovo Michele Seccia, che ha voluto essere personalmente presente ai riti celebrati nella chiesa extraurbana.

Stando agli studi di mons. Luigi Protopapa, la ricorrenza (prevista di solito per la terza domenica ottobrina) venne istituita per commemorare la salvezza della città dal terremoto del 12 ottobre 1856. Tuttavia, essendosi diffusa, in poco tempo, tra i devoti, l’usanza di recarsi in pellegrinaggio al santuario fuori le mura proprio in quella occasione, ecco che nel calendario locale venne registrata come una memoria del martirio del santo.

Una preziosa testimonianza dello sviluppo di questa tradizione leccese è offerta dal libro Il martirio di Sant’Oronzo e degli altri primi cristiani salentini, redatto nel 1858 dal patriota carovignese Salvatore Morelli (1824-1880). Leggendo quelle pagine si ha la netta impressione che, almeno all’epoca, la festa autunnale quasi eguagliasse, per splendore e solennità, quella agostana. I fedeli infatti, dopo aver trascorso la giornata in preghiera al santuario, conducevano processionalmente in città un’effigie della santa testa del martire, racchiusa in una teca di cristallo, sormontata da un baldacchino. Il corteo giungeva nei pressi di Porta Napoli quasi al tramonto e, dopo l’omaggio delle principali autorità civili ed ecclesiastiche, procedeva per la cattedrale tra mille ceri e fiaccole ardenti che illuminavano il tragitto. È quasi certo che un deciso slancio a queste cerimonie venne dato dal vescovo Nicola Caputo (1774-1862), personaggio noto per le vicissitudini che lo videro coinvolto nell’infuocato clima risorgimentale. Mentre la scultura del capo di Sant’Oronzo di cui parla il Morelli forse esiste ancora: potrebbe essere quella conservata proprio al santuario ma sarebbe necessario svolgere ulteriori indagini in tal senso.

Come nel passato, anche la giornata del 19 ottobre è stata caratterizzata da una solenne processione che, partendo dalla parrocchia del Cuore Immacolato, è giunta infine alla chiesa extraurbana, dopo aver percorso la via Adriatica. Protagonista del corteo è stato lo splendido simulacro in cartapesta realizzato lo scorso anno dall’artista Marco Epicochi. La statua, senza dubbio una delle più belle dedicate in tempi recenti al nostro santo, mostra un Oronzo ieratico e benedicente mentre sostiene la città di Lecce, simbolicamente fondata sul libro delle scritture. Durante il cammino processionale, i fedeli hanno sostato nei pressi delle cappelle erette lungo il percorso che porta al santuario.

Tali cappelle, come la chiesa del martirio, erano state lasciate cadere nell’abbandono e nel degrado ma ora possono considerarsi recuperate. La loro origine, dal punto di vista storico, resta incerta. Secondo lo storiografo Mario Cazzato potrebbero risalire alla seconda metà del ʼ700.

L’unico autore a parlarne, descrivendole come antiche, è Santo De Sanctis nel volume I martiri salentini Oronzo, Giusto e Fortunato del 1871. All’epoca le cappelle erano undici e, quasi come una Via crucis, presentavano all’interno le scene dei tormenti subiti dal santo dagli sgherri del governatore Antonio prima di subire il martirio. Oggi ne rimangono nove e delle immagini di cui parla il De Sanctis non sembra esserci traccia.       

                                                                                                                                        

 

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