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Le pagine della cinquecentesca Apologia Paradossica di Jacopo Antonio Ferrari, prese in esame nelle puntate precedenti, non si limitano a raccontare la più antica versione della passio oronziana giunta sino a noi ma contengono ulteriori notizie da prendere in considerazione.

Secondo il politico e diplomatico leccese infatti, i Santi Oronzio e Giusto vennero decapitati, nella prima domenica di settembre dell’anno 68, in un giardino non molto distante dalla porta occidentale della città, definita dall’autore “Porta Romana” o “Porta San Giusto”. Un sito, quest’ultimo, che dovrebbe corrispondere, per lo più, all’attuale Porta Napoli. Si afferma inoltre che i resti dei due eroi vennero pietosamente sepolti da una nobile ragazza cristiana di nome Venera e che in seguito, sul luogo del martirio, i fedeli eressero un tempio al fine di custodire il ricordo di quanto lì era avvenuto. Il Ferrari tuttavia dichiara con sincerità che, nella sua epoca, di quella chiesa altro non restavano che delle rovine abbandonate e cadenti. Nitido segno che, alla fine del XVI sec., sebbene continuasse a persistere una memoria agiografica nella tradizione orale del posto, il culto oronziano nel capoluogo salentino doveva essere ormai spento.

Ma che fine avevano fatto i gloriosi corpi dei martiri? Stando all’Apologia, i sepolcri di Oronzio e Giusto vennero custoditi, insieme a quelli di Fortunato e della stessa Venera, nell’antica cattedrale almeno sino al 1150 quando, in seguito alla distruzione operata delle truppe normanne di Guglielmo il Malo (1120-1166), scomparvero nel nulla. L’autore, da parte sua, si diceva convinto che le insigni reliquie dei santi fossero state opportunamente occultate in qualche luogo segreto dai sacerdoti locali al fine di salvarle dal saccheggio ma ciò aveva anche fatto sì che se ne perdessero le tracce. Come valutare queste informazioni? Innanzitutto è alquanto strano che un evento simile non venga per nulla riferito dalle Cronache di Antonello Coniger (il più remoto testo cronachistico leccese giuntoci, di cui abbiamo già parlato da queste pagine). La data del 1150 inoltre crea delle difficoltà perché non si riesce bene a contestualizzare ciò che l’autore afferma. È vero infatti che quasi tutte le città pugliesi subirono l’ira di Guglielmo il Malo per essersi ribellate al suo scettro ed aver dato manforte ai tentativi di riconquista dell’imperatore Manuele Comneno (1118-1180). Tuttavia questo conflitto bizantino-normanno coincide col biennio 1155-1156. Dunque, o la rovina di Lecce sarebbe da spostare di un lustro in avanti oppure l’Apologia alluderebbe ad un altro episodio di non chiara identificazione.

Il Ferrari conclude però il capitolo oronziano della sua opera riferendo un ultimo aneddoto. È la curiosa vicenda di Giovanni d’Aymo, in qualche modo connessa con il culto del martire. La cosa viene fatta risalire al 1385. Giovanni è il miserabile custode di una delle porte di Lecce. Un giorno riceve la visita di uno sconosciuto pellegrino che gli confida come, in sogno, il santo vescovo gli abbia rivelato la presenza di un tesoro nascosto nella cappella extraurbana a lui dedicata. Giunti in quel luogo, i due riescono a ritrovare il forziere ma il figlio di Giovanni, volendo che il padre sia l’unico a godere dell’inaspettata fortuna, decide di uccidere il forestiero. Il povero portinaio, preso dai sensi di colpa, sceglierà quindi di impiegare quella ricchezza per la costruzione dell’ospedale dello Spirito Santo, appena dopo Porta Rudiae. Così com’è, questo racconto sembrerebbe una semplice leggenda in chiaroscuro. Esso tuttavia è molto più profondo di quanto a prima vista non appaia. Avremo modo di tornarci su in seguito.                                                                                                                                             

 

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