Il significativo convegno di studi in programma domani e dopodomani (26 e 27 giugno) a Pisciotta, in provincia di Salerno (LEGGI) che vedrà anche la partecipazione dell’arcivescovo Angelo Raffaele Panzetta, ha il merito di riproporre a studiosi ed appassionati la figura di mons. Luigi Pappacoda (1595-1670), il vero protagonista del Seicento leccese.

 

 

 

Personalità a dir poco autoritaria e sanguigna, discendente da un’illustre casata della ricchissima e privilegiatissima nobiltà di spada campana, prelato fedele e zelante dei dettami tridentini, il nuovo pastore della diocesi non concepiva il suo ruolo come circoscritto al semplice ambito religioso ma profuse ogni energia per imporre la propria immagine quale principale punto di riferimento per l’intero territorio anche in campo politico.

Ovviamente la sua condotta non mirava certo all’instaurazione di una sorta di governo a carattere teocratico in cui il vescovo potesse intendere se stesso quale rex et sacerdos della città. Il fatto però che, nella facciata laterale del nuovo duomo dedicato all’Assunta, il leone rampante dello stemma episcopale pappacodeo svetti più in alto di tutto, relegando in posizione marginale (e quindi subalterna) gli emblemi del Capitolo e del comune, la dice lunga. Ed è proprio nella costruzione della cattedrale barocca, destinata a sostituire quella medievale ormai vetusta, che è possibile decodificare il pensiero del combattivo prelato campano nonché riconoscere il passaggio dalla Lecce antica, di cui sarebbero sopravvissute solo flebili tracce, a quella nuova ammirabile ancora oggi. Il transito, insomma, da una Lecce ancora tardo-medievale a quella barocca e soprattutto oronziana. 

Nel fatidico anno 1658, durante il pontificato dell’eccentrico ex-vescovo di NardòAlessandro VII (Fabio Chigi, 1655-1667), Pappacoda indirizzava alla Santa Sede il Supplice Libello, una formale richiesta di riconoscimento del patrocinio di Oronzo sul centro salentino. La figura di questo santo, in cui l’agiografia locale avrebbe ravvisato un patrizio leccese vissuto in epoca apostolica, ordinato protovescovo della città da San Paolo e finito martire nelle persecuzioni neroniane con alcuni compagni, aveva goduto in città di una devozione pressoché secondaria. Almeno sino a quando la voce popolare, o quella del sacerdote e veggente calabrese Domenico Aschinia (LEGGI) o quella dello stesso Pappacoda o, in definitiva, le tre voci confluite in un unico coro, non attribuirono alla sua intercessione lo scampato pericolo dalla terribile pestilenza che nel 1656 aveva desolato il Regno di Napoli.

Da allora il culto oronziano non solo resuscitò ma fiorì in maniera straordinaria in tutto il Salento, favorito anche da una sapiente propaganda iconografica orchestrata con abilità dall’energico inquilino dell’episcopio. Come ha scritto infatti il prof. Paolo Agostino Vetrugno che, con passione e zelo ha a lungo esplorato queste avvincenti pagine di storia pugliese, la paradisiaca figura di Oronzo e quella molto più terrena del Pappacoda non possono essere disgiunte. Se al primo è riconosciuto il titolo di fondatore della Chiesa di Lecce, al secondo è assegnato il compito di esserne riedificatore. Solo attraverso tale chiave di lettura è possibile allora comprendere davvero l’evento, sopra accennato, della ricostruzione della cattedrale che, nelle sue facciate, esalta sì il nuovo patrono ma anche il pastore che ne ha raccolto l’eredità e la missione. In questa prospettiva è da leggere ancora la celebre tela di Giovanni Andrea Coppola (1597-1659) che, commissionata ed approvata dallo stesso Pappacoda, ebbe una notevolissima diffusione nelle contrade salentine, fungendo da prototipo. L’artista gallipolino presentò Oronzo come vescovo controriformista e demolitore del paganesimo. Ai piedi della figura del santo, caratterizzata da un moto elicoidale che richiama quello delle colonne tortili degli altari barocchi, è visibile infatti la statua di Giove ormai distrutta cui viene idealmente opposta la croce che campeggia sulla mitria e sul pastorale del martire.

 

 

 

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