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Una delle pagine più interessanti della questione oronziana è rappresentata dalla disputa che oppose due colonne del presbiterio leccese, gli indimenticati Raffaele De Simone e Luigi Protopapa.

Quella che potrebbe essere la più antica immagine di santOronzo

Tale controversia, sorta negli anni ʼ60, ha di fatto segnato gli studi sul santo patrono degli ultimi decenni.

Sulla scia di Pietro Palumbo, Francesco Lanzoni e Giovanni Antonucci, mons. De Simone riteneva alquanto improbabile la vicenda oronziana, almeno così com’era riferita dalla tradizione. Il suo pensiero, riportato anche dalle colonne della Bibliotheca Sanctorum, verteva sul fatto che i santi Oronzo, Fortunato e Giusto non fossero tra loro collegati né avessero uno specifico rapporto con la città di Lecce.

In particolar modo, dietro la maschera del nostro protovescovo si celerebbe un certo Sant’Aronzio, un antico martire potentino ricordato dal Martirologio Geronimiano. I venerati resti di questo santo, insieme a quelli di altri martiri dell’area appulo-lucana, vennero traslati nell’VIII sec. a Benevento. Qui sarebbe sorta la leggenda che faceva di Aronzio il membro di un gruppo di dodici cristiani nativi di Adrumeto in Africa che, tradotti in Italia, testimoniarono col sangue la propria fede in diverse contrade del meridione sotto l’imperatore Massimiano. Della cerchia faceva parte anche un San Fortunato o Fortunaziano. In ogni caso, durante il Medioevo, tanto Potenza quanto Benevento avrebbero irraggiato il culto di Sant’Aronzio in vari luoghi del Mezzogiorno. A Lecce si sarebbe prodotta una trasfigurazione del personaggio. Aronzio divenne Oronzo ed i fedeli leccesi lo considerarono un proprio concittadino, vissuto in epoca apostolica, discepolo di San Paolo e finito martire nelle persecuzioni di Nerone. È difficile stabilire il preciso momento in cui questo processo si innescò ma di sicuro nel 1571, quando Jacopo Antonio Ferrari produsse la sua Apologia Paradossica, risultava già bello e concluso.

Contro tale ipotesi lottò con vigorosa acribia mons. Protopapa che, proseguendo gli studi di Sante De Sanctis, Primaldo Coco e Guglielmo Paladini, fu uno dei più strenui difensori della tradizione agiografica locale. Come nota Michele Giannone, il Protopapa ravvisò nel binomio Oronzo-Giusto, sempre presente nel culto leccese e sempre associato al particolare sito del santuario extraurbano, uno dei principali motivi che rendevano insostenibile la “tesi De Simone”.

Egli inoltre riteneva che la scarsezza di chiare ed antiche testimonianze sul martire fosse dovuta alle tante distruzioni subite da Lecce nella sua travagliata storia. L’eredità di mons. Protopapa sarebbe stata poi raccolta dalla scuola turese, ancora oggi impegnata nell’approfondimento della figura del santo e che ha avuto il merito di rintracciare a Nona, in Croazia, una reliquia attribuita al nostro patrono, di cui si è più volte parlato. Tale scoperta pone di fatto la controversia tra i due storici in una luce nuova.

È risaputo, ad esempio come il Protopapa pensò di aver ritrovato il capo di Sant’Oronzo presso la cattedrale di Zara. Tuttavia, ad un’analisi più specifica compiuta dallo studioso Stefano De Carolis, esso è da ricondurre non al protettore di Lecce ma ad un omonimo santo gallico del IV sec. Dunque, almeno in questo caso, mons. Protopapa prese un abbaglio anche se c’è da riconoscere che le sue ricerche in Dalmazia si svolsero in circostanze difficilissime per il regime comunista ancora al potere. Il reliquiario di Nona, databile all’XI sec., rimescola invece le carte nelle teorie di De Simone. Esso infatti presenta un’iconografia oronziana dal sapore quasi bizantineggiante e testimonierebbe un culto del santo vescovo di Lecce già nitido e radicato alla fine del primo millennio cristiano.           

                                                                                                                              

 

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