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Secondo la tradizione leccese, il primo vescovo della città, alla sua nascita, venne chiamato Publio, come il padre. Fu solo in seguito al battesimo che assunse il nome di Oronzo, con cui oggi viene venerato.

Spesso nelle culture antiche il cambio del nome simboleggia un passaggio, un mutamento avvenuto nell’intera persona. Una conversione, così come fu per il nostro patrono. L’etimologia del nome Oronzo rimane però incerta. Potrebbe significare “risorto, rinato” oppure “veloce, agile” o ancora essere un esplicito rimando all’Oronte, il fiume siriano che bagnava Antiochia, una delle metropoli più splendide dell’Asia romana. In quest’ultimo caso si aprono scenari suggestivi. Antiochia fu infatti la base d’azione di San Paolo, l’apostolo che avrebbe conferito l’episcopato al nostro santo.

Com’è noto poi, proprio in quel luogo, i seguaci di Gesù vennero, per la prima volta, definiti cristiani. Oronzo dunque sarebbe un po’ come l’Oronte: un fiume d’acqua purificatrice capace di rendere Lecce una nuova Antiochia, una delle prime città italiche toccate dall’annuncio evangelico. È interessante notare il legame tra Sant’Oronzo e l’acqua: è chiaro che, essendo lui il primo cristiano di Puglia, il nostro battesimo derivi dal suo. Ma c’è dell’altro. I racconti agiografici lo ritraggono mentre fa sgorgare una limpida fonte sui colli di Ostuni o mentre favorisce il lavoro dei pescatori di Taranto. La devozione popolare lo invoca per scongiurare siccità e temporali. È come se il santo avesse un rapporto profondo con l’acqua. Il medesimo che ha con l’olio.

Del resto, Oronzo è il primo vescovo appulo. Il primo uomo tratto dal paganesimo della propria terra per essere consacrato solo a Dio attraverso un’unzione sacra. Ma non basta. È sufficiente scorrere le fonti per accorgersi come il suo culto sia caratterizzato dall’azione di un olio prodigioso, definito oleum divinae gratiae.

È l’olio della lampada che in Duomo arde per indicare l’ipotetico tumulo del martire, grazie al quale, come ricordano le pagine di Carlo Bozzi, avvennero diversi miracoli. Certo, la storia cristiana registra numerosissimi casi di oli benefici, prelevati dalle lucerne accese dinanzi alle reliquie dei santi, alle immagini della Vergine e soprattutto vicino ai tabernacoli eucaristici. Tra questi, a quanto pare, l’olio oronziano, tra XVII e XVIII sec., ebbe una certa fama anche fuori dai confini pugliesi. La testimonianza più importante è quella riportata dall’iscrizione nel Sedile che ricorda come nel 1743 una caraffa di olio miracoloso venne inviata a Napoli, alla corte del re Carlo III, nel momento in cui la capitale era minacciata da una pestilenza.

La fede dei leccesi nell’intercessione del patrono attraverso questo sacramentale risultava così radicata che ancora negli anni ʼ60, al termine delle celebrazioni in cattedrale, era possibile vedere i devoti fare la fila per ungersi la fronte con l’olio miracoloso o intingervi della bambagia da inviare a parenti ed amici emigrati lontano. Anche durante i lunghi anni del secondo conflitto mondiale, i fedeli non cessarono di alimentare la lampada del santo versandovi, grammo a grammo, l’olio sottratto alla striminzita porzione assegnata a ciascuno dal rigoroso razionamento: un eroico atto d’amore e fiducia verso il cielo! Mons. Protopapa testimoniava commosso come, in determinati casi, pur ritrovandosi nella concreta impossibilità di rifornire la lucerna, essa rimase sempre accesa. E oggi? Certo i nostri antenati pregherebbero il santo per la salvezza degli ulivi dal flagello della Xylella.

                                                                                                                       

         

 

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