(38 - continua) In una intervista pubblicata nel mese di giugno del 1987 su “Il messaggero di Sant’Antonio”, don Tonino fu chiamato a rispondere sul ruolo dei laici nella vita della Chiesa e della società.

 

 

 

Come sempre la sua risposta fu illuminante, richiamando la necessità di scelte radicali. “Non si tratta di fare delle cose, ma di fare delle scelte. E radicali per giunta. Anzitutto la scelta della laicità non come livello zero, come zona amorfa, come spazio neutro, come area di insignificanza ecclesiale, ma come vocazione, come dono, come missione. Come missione soprattutto nel mondo delle culture contemporanee, che possono essere “pasqualizzate” solo dai laici. Fa paura vedere, talvolta, nelle nostre comunità l’irrilevanza di questa coscienza. Molto laici, invece che spazi nella Chiesa, esigono spazi nel presbiterio. Pretendono aree da clero di bassa forza, bloccando così la loro crescita naturale e atrofizzando i loro carismi specifici. I laici che si clericalizzano non sono meno innocui dei chierici che si laicizzano!”.

In tale prospettiva, l’eredità di don Tonino Bello si configura come un criterio ermeneutico esigente per ripensare l’identità della comunità cristiana nel contesto contemporaneo. Una Chiesa che voglia essere fedele al Vangelo non può sottrarsi alla logica della prossimità, della povertà e della libertà evangelica, lasciandosi continuamente provocare dalla storia e dalle sue ferite. E proprio don Tonino ci consegna una domanda di straordinaria attualità, che resta aperta e interpella ancora oggi le coscienze, le comunità e ogni credente chiamato a confrontarsi con il volto autentico della Chiesa: «La nostra Chiesa è curva su se stessa, cioè clericale, o si curva sul mondo: è una Chiesa laicale?»1. Una domanda che non chiede risposte teoriche o definitive, ma che invita ciascuno a tentare una risposta concreta attraverso il proprio modo di vivere il Vangelo, le relazioni e il servizio agli altri. Una domanda che resta sospesa, ma proprio per questo continua a generare ricerca, discernimento e impegno. Le prospettive ecclesiali delineate da don Tonino trovano le radici nei temi della pace, della centralità dei poveri e della valorizzazione del popolo di Dio, dimensioni che attraversano profondamente la sua riflessione pastorale e teologica.

Per Tonino Bello sulla formazione alla pace un ruolo fondamentale lo ebbe il card. Lercaro, grande pastore e suo maestro negli anni vissuti a Bologna. Per Lercaro «la dottrina della pace si fonda e si dimostra con l'intero evangelo, e reciprocamente l'intero evangelo implica inconfondibilmente l'evangelo della Pace, che è Cristo stesso»2 sicché «la pace non è, come normalmente noi la rappresentiamo, il risultato di un rapporto etico ordinato e progredito secondo ragione ed equità; e non è neppure il frutto di un corretto rapporto metafisico con Dio: essa è un dono storico-salvifico, o meglio ancora, è un dono di salvezza tale che è la Persona stessa dell' unico Salvatore del mondo»3.

Quindi la pace ha come centralità assoluta l'Eucarestia: e non poteva essere diversamente in lui, il liturgo che ha vissuto tutta la sua vita per l'Eucarestia e dell'Eucarestia. Fondamentale, per il raggiungimento della pace nel mondo, è il valore della nonviolenza, che troviamo nella profezia di Lercaro e che don Tonino svilupperà nel suo ministero di Vescovo. “È giunta l’ora in cui occorre decidersi ad arretrare (o spingere?) la difesa della pace sul terreno della nonviolenza assoluta. […] La nonviolenza è la strada che Gesù Cristo ci ha indicato senza equivoci. Se su di essa perfino la profezia laica ci sta precedendo, sarebbe penoso che noi credenti […] scadessimo al ruolo di teorizzatori delle prudenze carnali”. Per don Tonino “l’amore disarmato è l’arma di gran lunga più potente del mondo”.

Anche Francesco di Assisi fu un uomo nonviolento: Francesco visse la sua esperienza religiosa originariamente come un uomo laico, non volle mai ricevere gli ordini sacri maggiori e, quindi, a lui era proibito parlare del Vangelo. Scrive Balducci: “dovette accettare questa proibizione. Poteva predicare solo di cose laiche e parlò di pace - astuzia della Provvidenza! - recuperando proprio il messaggio del Vangelo. Scrive don Tonino che Francesco salì sulle navi dei crociati dirette alla conquista dei luoghi santi “con il segreto disegno di convertire i soldati a propositi di nonviolenza. Nel campo dei crociati non riuscì a far desistere l’esercito dall’uso delle armi. Allora decise un gesto folle: si diresse verso il campo di Malik-al. Kamil - dove - ebbe modo di parlare non solo di Gesù, ma anche della assurdità della Guerra […] Fece grande impressione questo modo inerme di presentarsi. Un’autentica rottura della logica corrente, che sconcertò il sultano e lo stato generale del suo esercito”.

Anche quella di Lercaro fu una autentica rottura, sconcertante per tutto il sistema. Nell'omelia del 1° Gennaio del 1968 Lercaro così dice: "il profeta può incontrare dissensi e rifiuti. Anzi, è normale che, almeno in un primo momento, questo accada: ma se ha parlato non secondo la carne ma secondo lo Spirito, troverà più tardi il riconoscimento di tutti. È meglio rischiare la critica immediata di alcuni che valutano imprudente ogni atto conforme all'evangelo, piuttosto che essere alla fine rimproverati da tutti di non aver saputo contribuire ad evitare le decisioni più tragiche o almeno ad illuminare le coscienze con la luce della parola di Dio”.4 Entro quello stesso mese gli veniva comunicato che doveva ritenere compiuto il proprio servizio episcopale, ma oggi la storia da a lui ragione (unanime infatti è il giudizio sulla disfatta americana nel Vietnam).

(Tratto da “Tonino Bello, La Chiesa come l’ho sognata”, a cura di Vito Cassisano e Giancarlo Piccinni, San Paolo Edizioni, 2026 - Postfazione. Alla stesura dell'opera ha preso parte anche la "nostra" Manuela Marzo).

*presidente della Fondazione “don Tonino Bello”

Tonino Bello, Con Cristo sulle strade del mondo, op.cit., p.51.

2 G. Lercaro, Discorsi sulla pace, Reggio Emilia, San Lorenzo, 1991, p. 10.

3 Ib, pag. 21.

4 Ib, p 25-26

 

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