(35 - continua) Alla fine del mese di giugno del 1983 si tenne a Molfetta il Convegno catechistico interdiocesano.

 

 

Nell’imminenza dello stesso, don Tonino inviò un messaggio ai sacerdoti e agli operatori pastorali della sua diocesi condividendo con loro la sua esigenza di “cambiare marcia o registro” in considerazione di un mondo in continua e veloce evoluzione che “ci interpella in termini nuovi ed esige un rigore di impegno rapportato alla gravità del momento”. Per il vescovo era necessario “un progetto pastorale preciso, unitario, organico”, nonché “il bisogno di operatori pastorali convinti, formati, tecnicamente provveduti. Avvertiamo l’urgenza di un laicato adulto che riscopra ruoli che gli appartengono in forza del battesimo e non per gentile concessione”. Avvertiva don Tonino nuove urgenze per la sua chiesa: “una Chiesa che ascolti, una Chiesa che parli a tutti. […]  Una Chiesa che riscopra la Parola di Dio […], che confidi nella Parola come sua unica ricchezza decisiva e non ponga speranze di salvezza nel prestigio della sua storia o nello spessore della sua cultura. Una Chiesa povera che avverta il fascino della fionda di David più che della corazza di Saul. Una Chiesa che […] non si parli addosso, ritenendosi il terminale della Parola di Dio. […] Una Chiesa missionaria che non blocchi la Parola, ma la faccia correre da un capo all’altro della terra, una Chiesa che sia meno preoccupata di salvaguardare le sue chiarezze concettuali che non di rispondere ai disperati appelli del cuore umano. Una Chiesa che sia fedele a Dio, non decurtando la sua parola. E sia anche fedele all’uomo adoperando un linguaggio meno consumato e meno calcificato dal tempo”. Il convegno pose le basi per il primo importante documento pastorale pubblicato nel corso del mese successivo, nel luglio del 1983: “Quadro di riferimento per un piano pastorale”. Il sottotitolo del documento così recitava: “Con questo documento la Chiesa locale si incammina per la strada del rinnovamento: il vescovo stabilisce l’orientamento del percorso, gli uffici pastorali tracciano l’itinerario e indicano le grandi tappe, le parrocchie fissano le tabelle di marcia”. Cinque punti ne costituiscono la spina dorsale: comunione, catechisti come emanazione della comunità, catechesi ininterrotta, cultura, cerniera tra fede e vita. “Tutta la Chiesa italiana è chiamata a riscoprire il valore della comunione […], questa cultura di comunione crescerà con la preghiera [...], dalla comunione ecclesiale deriverà la comunione pastorale, che si esprime nel pensare insieme, progettare insieme, confrontarsi insieme, pregare insieme, servire insieme”. Insieme anche con i laici: “Le nostre comunità sono ancora prevalentemente clericali, non solo nella conduzione ma anche nell’impianto. La mancanza di un vero protagonismo laicale rallenta il convincimento che la laicità è un dono e una vocazione.  Né, d’altra parte, l’utilizzazione dei laici su tante fasce d’impegno pastorale riesce a esorcizzare il sospetto che si tratti spesso di impiego strumentale”.  Centrale anche il ruolo della formazione e della cultura: “È arrivato il momento di dire chiaro e tondo che, senza questo ritorno allo studio, ogni sforzo di ristrutturazione catechistica risulterà inesorabilmente patetico. Per soddisfare a questo bisogno e per stimolare la ricerca e lo studio, riteniamo indispensabile l’apertura nelle quattro città, di un centro di lettura”. Non potevano mancare i riferimenti ai poveri e alla povertà: “Nessuno osi contaminare con i sofismi della sapienza del mondo o della prudenza carnale il valore della povertà evangelica. Per i sacerdoti e i religiosi questo significa vivere con sobrietà, rifuggire dallo spirito borghese, rendere pubblici i bilanci delle comunità parrocchiali, dare soddisfazione al popolo con la trasparenza nella gestione dei beni comunitari, liberalizzare le offerte per le prestazioni rituali, allontanare il sospetto che i sacramenti possano essere fonte di lucro, assoggettarsi con più fiducia alla precarietà economica, dare consistente corposità alle uscite in favore dei poveri”.

Il documento termina con una consapevolezza: “prepariamoci a vivere tempi molto duri” e con “l’affidamento allo Spirito di “milioni di poveri che chiedono ai loro pastori una liberazione che non si vede arrivare da nessuna parte”; il documento era espressione del desiderio di fornire alla diocesi uno strumento necessario per un definito orientamento metodologico uscendo così dalla abitudine di rincorrere le emergenze che si presentano nella quotidianità. Coraggio Chiesa di Dio: alzati e cammina. “La vergine, già presente alla prima discesa dello Spirito, ci starà vicino”. È passato quasi mezzo secolo, ma quel documento, che per Molfetta attestava che un vento nuovo ormai era davvero arrivato, oggi, credo, sia ancora da considerarsi una spina conficcata nel fianco di tutte le nostre comunità! (continua)

 

 

*presidente della Fondazione “don Tonino Bello”

 

Forum Famiglie Puglia

 

Mi curo di te, la sanità nel Salento. Radio Portalecce