(34 - continua) Il 17 gennaio del 1983 il presidente della Nigeria emanò un decreto con il quale imponeva a tutti gli immigrati “irregolari” di lasciare il paese entro due settimane, pena l’arresto e l’immediato processo. 

 

 

Il provvedimento colpì soprattutto la comunità ghanese che contava più di 1 milione di persone che dal Ghana si erano trasferite in Nigeria durante il boom economico degli anni ‘70. A determinare il tutto diversi fattori, fra tutti la severa recessione economica e la necessità di distogliere l’attenzione dalla stessa (la Nigeria era alla vigilia delle elezioni politiche) utilizzando i migranti come capro espiatorio. E in pochi giorni si consumò una tragedia umanitaria che è passata alla storia come il più grande esodo forzato di una popolazione africana. Spettatore passivo il resto del mondo: i media ci consegnavano immagini di disperati che lasciavano quel paese al grido dei locali “Ghana must Go”, (il Ghana deve andarsene), immense folle costrette ad abbandonare di corsa la Nigeria portando con sé quanto potevano in grandi borse di plastica intrecciate a quadri, diventate da quel momento il simbolo di quei giorni.” 

A Molfetta l’evento non passò sottotraccia! Il vescovo scrisse “ai fratelli e alle sorelle della Chiesa di Dio che è in Molfetta, Giovinazzo, Terlizzi e Ruvo”, “perché, dinnanzi alle “immagini agghiaccianti dell’esodo di intere masse espulse dalla Nigeria [...] noi credenti in Gesù Cristo non possiamo starcene tranquilli!”.

Don Tonino chiedeva a tutti di “denunciare la crudeltà disumana con cui certi governi trattano tanti fratelli di sventura [...], pregare per questa povera gente, la cui sofferenza condensa e visibilizza il dolore sommerso di tante persone violentate, emarginate e respinte in tutto il mondo, [...] offrire per questi brandelli della nostra umanità non solo il nostro superfluo, ma qualcosa del nostro necessario”. Era il 6 febbraio del 1983, la Chiesa celebrava la Giornata della vita, e Tonino Bello andando oltre i diritti del nascituro, celebrava la giornata della vita ricordando a tutti la sofferenza di questi fratelli lontani più dalla nostra attenzione che dalla nostra geografia e augurava al suo popolo che il Signore concedesse “la grazia di non dormire sonni tranquilli”.

Tre considerazioni devono essere tratte da questo evento. Innanzitutto, la prima: la giornata della vita per don Tonino non è solo l’occasione per ricordare i diritti del nascituro. Certamente anche quelli. Per Tonino Bello è vita tradita, offesa, uccisa in tantissime situazioni: si promuove una cultura della vita quando si ha una visione ampia. Non è credibile chi si schiera per i diritti del nascituro ma poi accetta la guerra, e accetta la violenza ritenendola non eradicabile, e pensa che i confini siano giusti e più importanti delle persone, e coltiva ancora la cultura dello straniero. Ho letto un giorno su un libro che “la civiltà ha fatto un passo decisivo, forse il passo decisivo, il giorno in cui lo straniero, da nemico è divenuto ospite. Il giorno in cui nello straniero si riconoscerà un ospite, allora qualcosa sarà mutato nel mondo “. Rimango ancora oggi affascinato da queste parole, soprattutto perché dentro queste parole vedo il volto, il sorriso, l’operato dell’amato pastore.

E questa è la seconda considerazione: Tonino Bello aveva abolito la categoria dello straniero: siamo nati dentro una cultura che ci fa essere ostili verso il diverso, Tonino Bello, invece, guardava il diverso come ospite gradito, magari inviato da Dio!

L’ultima considerazione è questa: da una piccola cittadina di una periferica regione, qualcuno insegnava con la vita che è necessario oggi agire localmente vivendo un pensiero globale! Accusava l’amato pastore “un deficit pauroso di incidenza (di noi cristiani e della nostra Chiesa) sulla storia del mondo. Non basta mutare il cuore: occorre mirare al mondo intero [...], ci troviamo oggi di fronte a segni dei tempi così provocanti che l’uscita dagli antichi fortilizi spirituali è divenuta obbligatoria”. Il passo del profeta si faceva sempre più lungo e stargli dietro, per la sua piccola diocesi, diveniva ogni giorno più difficile. Io lo incontravo spesso in episcopio, ad inizio o a fine giornata: lunghe chiacchierate, di una leggerezza profonda, che ti portavano nell’anima il respiro dell’Infinito. Ogni incontro aveva il sapore della festa. Quell’anno, il 1983, l’11 novembre, in tarda serata, tanto inaspettatamente quanto felicemente, mi raggiunse per condividere, come tutti i salentini fanno, la festa della convivialità nel ricordo di Martino di Tours, che divenne santo perché volle condividere il suo mantello con lo straniero. Un vescovo a cena in una casa di studenti universitari è un fatto straordinario e per noi, giovani studenti, non fu solo una grande festa. Non fu “un San Martino” come tutti gli altri: non c’era del vino novello sulla nostra povera tavola ma “ad ubriacarci” fu don Tonino con la sua gioia, la sua allegria, la sua contagiosa letizia e noi, guidati da lui e insieme a lui, eravamo lì, intenti “a cercare la verità nella dolcezza della compagnia”. Incontri unici, indimenticabili: quell’uomo era davvero speciale! (continua)

 

 

*presidente della Fondazione “don Tonino Bello”

 

Forum Famiglie Puglia

 

Mi curo di te, la sanità nel Salento. Radio Portalecce