(27 - continua) Il 30 ottobre del 1983, ad un anno dalla sua consacrazione episcopale, Tonino Bello scrisse una lettera ai fedeli della sua diocesi.

“Vi scrivo ad un anno esatto e nel giorno preciso in cui, sulla piazza della mia parrocchia di Tricase, venni consacrato vescovo per voi: alle cinque di sera, come nelle vecchie canzoni dell’Andalusia”. In questa lettera il vescovo chiede alla sua Chiesa un “forte, organico, previggente, instancabile, audace impegno catechistico”, non nasconde la sua preoccupazione per il futuro “il destino della nostra Chiesa, cari fratelli, ce lo giochiamo sul fronte della evangelizzazione, dell’approfondimento della Parola di Dio, dell’accostamento alle fonti”, invita tutti a “simpatizzare con la cronaca in modo che diventi storia della salvezza. Perché soprattutto i poveri siano aiutati nel faticoso processo della loro liberazione”.
Non è solo un nuovo lessico: siamo di fronte ad una nuova visione. Già nell’omelia del primo Natale del suo ministero episcopale, dopo pochi giorni dal suo ingresso in diocesi, i toni usati da don Tonino rapirono il cuore dei suoi fedeli. Le sue parole esprimono vicinanza (“Dio sa come vorrei entrare nelle case di tutti, stringere la mano di ciascuno e potergli dire guardandolo negli occhi: ‘Buon Natale amico mio, non avere paura. La speranza è stata seminata in te. Un giorno fiorirà.’ [..] Gesù che nasce in questo desolato 1982 è il segno di una speranza che, nonostante tutto, si è già impiantata sul cuore della terra”).
Le sue sono parole profetiche (infatti solo pochi giorni dopo, in occasione della Giornata mondiale della pace, la XVI, interessantissima sarà la sua riflessione: “La pace non si fonda sull’equilibrio della paura”). Il suo parlare è nuovo (“La pace non è un vocabolo ma è un vocabolario”), accattivante perché da esso traspare la parresìa (“Il cristiano o è protestante - cioè capace di protestare! - o non è cristiano”), la fantasia (“Occorre assumere la convinzione che anche al di fuori del nostro giardino cresce l’erba, e cresce anche alta”), la poesia (“Allenatevi al cambio. Custodite l’antico, ma non chiudetevi all’inedito. Levate il capo per intuire i tempi che arrivano”).
Don Tonino ha dal primo giorno incoraggiato la sua Chiesa a fare la scelta della Parola. Il centro della sua vita è stata la liturgia, momento supremo di proclamazione della Parola. Infatti, anche se l’amato pastore anche viene ricordato per la sua presenza civile nei luoghi e nelle culture di tutti, la sua prima, vera identità stava nell’assemblea liturgica. È nelle sue omelie che possiamo trovare il cuore di ciò che ha voluto trasmetterci. E nelle omelie ci ha insegnato che oggi è necessario sottoporre a revisione critica anche il linguaggio con il quale si annuncia il vangelo. “L’adattamento al vocabolario del mondo, l’attenzione alla sua sintassi, lo studio della sua temperie culturale, l’omologazione del suo codice espressivo non vanno interpretati come cronolatria, ma sulla linea di quella fedeltà all’uomo di cui si parla tanto nei documenti della Chiesa”.
Non muore questo pastore, la sua vita sfida il tempo. Molti oggi lo ricordano come pastore mite, o pastore accogliente. Altri come pastore della pace. A me piace ricordarlo, anzi viverlo, come pastore buono, icona del Buon Pastore. (continua)
*presidente della Fondazione “don Tonino Bello”

