(26 - continua) Il 21 novembre 1982 era la festa della Presentazione di Maria al Tempio e, ultima domenica del tempo ordinario, il calendario liturgico celebrava la solennità di N.S. Gesù Cristo Re dell’Universo: in questa straordinaria coincidenza non soltanto simbolica, Tonino Bello faceva il suo ingresso nella diocesi di Molfetta.

L’ ingresso, per volontà esplicita dello stesso novello vescovo, doveva essere “modesto ed umile”: nessuna parata, nessun megacorteo organizzato. Previsto sul sagrato della cattedrale, che i concelebranti raggiunsero dopo una breve processione che partì dal seminario vescovile, il saluto del sindaco della città e la successiva concelebrazione eucaristica in cattedrale presieduta dallo stesso vescovo. Ma quel giorno Molfetta, al di là di ogni programma, visse una giornata di festa: fu letteralmente invasa dal popolo salentino e forse un po’ stordita soprattutto dalla partecipazione emotiva degli amici del nuovo pastore. Significativo fu il saluto del sindaco, on. Finocchiaro: personalità di spicco nel mondo della cultura laica, Finocchiaro, richiamando la “Gaudium et spes”, evidenziò le problematiche del mondo giovanile, in primis la mancanza di lavoro e la precarietà delle prospettive future, e auspicò, “nei fatti e nella verità”, un dialogo costruttivo e continuo tra “municipio” e “vescovado”.
Alle parole del sindaco, Tonino Bello rispose, che pur sentendosi “schiacciato dal fardello di speranze” che la comunità riponeva sulla sua povera persona, “non avendo né ricchezze né potere”, era pronto a “dare un supplemento di anima a tutte le fasce di umanità”. E sottolineò come questa sfida a lui era consona grazie alle sue radici, “vengo da una terra che mi ha abituato a stare con i poveri”.
Una risposta non programmata, spontanea. Come spontaneo, e altrettanto significativo, fu il gesto che don Tonino volle pubblicamente compiere prima di entrare in cattedrale: si chinò per baciare il suolo del sagrato, poi baciò il Vangelo e il Crocefisso. Provai profonda emozione nel vedere don Tonino che si prostrava per baciare quella terra: un atto d’amore. Senza fine! Forse ancora più profondo delle parole che lo sposo o la sposa proclamano nel momento supremo della loro unione: “Prendo te... e prometto di esserti fedele sempre”. Così è stato per don Tonino e la sua Molfetta. Così è ancora oggi, perché l’amore è eterno! Poi tutti in cattedrale. Ricordo una chiesa gremita, un’emozione palpabile, i volti sorpresi della gente di Molfetta: sorpresi per le parole del nuovo vescovo. Qualcosa di nuovo, di inaspettato stava per nascere: tra la meraviglia e l’incredulità, la sorpresa e lo stupore generati dai linguaggi dell’amato pastore. Poi la sua prima omelia: “Che cosa significa che solo Gesù Cristo è Re e Signore? Significa affermare la regalità e la signoria dell’Uomo. Significa rifiutare gli idoli del potere, le suggestioni del denaro, il fascino delle ideologie. Significa andare controcorrente in un mondo che ogni tanto si popola di nuove divinità e obbliga a prostituirsi davanti ad esse. Significa combattere i soprusi dei più forti, le violenze degli arroganti, le assolutizzazioni delle strutture”.
Il discorso omiletico chiude con la speranza e la proposta di “essere sentinelle coraggiose” del Vangelo del Signore. Perché solo con il coraggio si possono intraprendere nuovi sentieri: quelli che portano alla condivisione con i poveri, alla preferenza da riservare agli ultimi, alla attenzione “ai problemi umani e sociali dei lavoratori, degli operai, dei marittimi, degli artigiani, degli agricoltori, dei disoccupati”. Don Tonino comunica all’assemblea le sue inquietudini, “l’ansia di far entrare nella catechesi i temi della pace, della libertà, della giustizia, senza temere di presentare il massaggio della fede, ove è necessario, nel suo significato fecondo di scandalo e di rottura”. Si capì subito che un nuovo vento ormai spirava: un nuovo vento in mare aperto. Secondo il vescovo era necessario “allargare gli atri della [nostra] Chiesa, perché essa diventi luogo di comunione e di amicizia per tutta l’umanità, [...] aprire il dialogo con la cultura contemporanea, senza scegliersi gli interlocutori di comodo e rispettando sempre la distanza che ci separa dal mistero dell’altro”.
Sapeva don Tonino quanto fosse proibitivo questo progetto: “È un compito che ci sovrasta e richiede non solo fedeltà allo Spirito, ascolto della Parola di Dio, preghiera personale e comunitaria, ma anche confronto, tanto abbandono, tanta audacia, tanta capacità di invenzione e, perché no, tanta fantasia”.
A qualcuno gli occhi iniziarono a brillare (stava davvero iniziando un tempo nuovo?), a qualche altro il cuore iniziò ad incupirsi (ma davvero con questo vescovo le cose potevano tanto cambiare?). I primi riscontri si ebbero già nei giorni successivi.
Il 5 dicembre (giorno dell’ingresso del vescovo nella diocesi di Terlizzi) le sue parole furono ancora più chiare: “Sarò il vescovo della strada, un pastore itinerante, alla sequela di Cristo, perché è la strada il luogo biblico e teologico dell’incontro”. Un nuovo senso della vita di fede: uscire dalla prigionia del presente per aprirsi alla speranza del futuro, all’ansia del domani. All’attesa dell’inedito.
Questi i ricordi di quel giorno che è rimasto impresso a chi aveva a cuore don Tonino. E quali, invece, i ricordi di don Tonino? È lui stesso a raccontarli: “Fu il primo giorno del mio ingresso in diocesi. Un amico sacerdote mi spronava a entrare subito in azione, perché nessuno dovesse avvertire ‘vuoti di potere’. Rimasi visibilmente contrariato, perché i progetti che coltivavo erano proprio quelli di creare vuoti di potere: almeno nella mia vita [...]. Si va radicando in me, la convinzione che, tra le insegne pontificali, il Coerimoniale episcoporum dovrebbe prevedere, oltre all’anello, alla mitria e al pastorale, anche una brocca, un catino e un asciugatoio… La Chiesa del grembiule [...] è l’immagine che meglio esprime la regalità della Chiesa, per la quale, come Cristo, regnare significa servire. No. Non è il vuoto di potere che fa paura. È il vuoto di servizio”. (continua)
*presidente della Fondazione “don Tonino Bello”

