(25 - continua) Da Molfetta don Tonino era andato via nel 1953 quando ancora era un giovinetto e non avrebbe mai pensato di ritornarci dopo circa trent’anni da vescovo della diocesi.

 

 

Trent’anni: un’altra storia, un’altra vita, per lui e per la città. Molfetta, nel dopoguerra, nonostante il massiccio fenomeno dell’emigrazione, aveva registrato un importante incremento demografico con la nascita di nuovi quartieri e conseguentemente con lo svilupparsi delle tipiche problematiche sociali delle “periferie”.

L’impegno della Chiesa in quegli anni fu quello di istituire nuove parrocchie, di rilanciare il ruolo del seminario vescovile, di rinnovare la catechesi e la pastorale familiare e giovanile.  Tuttavia si fece strada pian piano  uno scollamento tra Chiesa e società,  mentre appariva sempre più chiara la difficoltà a vivere “la tradizione” all’interno di un tempo di mutamenti sociali, difficoltà di interpretare i cambiamenti antropologici e di trovare la giusta armonia tra passato e futuro: né fu rassicurante per certa Chiesa di Molfetta la nomina a  vescovo della diocesi  di don Tonino Bello, che  per i più era considerato  impreparato a svolgere  una “sapiente” funzione di governo all’interno di un contesto caratterizzato da delicati e atavici equilibri sociali, politici ed ecclesiastici nonché da determinate impostazioni culturali.

Non dava garanzie lo stile “leggero” del nuovo vescovo, quel suo modo di presentarsi “fuori dalle righe”: non era normale vedere il pastore circolare in città con una Cinquecento, senza autista, o passeggiare da solo per le vie del centro e fermarsi a salutare la gente.

Anche la giovane età destava preoccupazione (aveva solo 48 anni),  tant’è che  in un editoriale di quei giorni del settimanale diocesano  “Luce e vita”,  l’autore,  dopo aver  evidenziato con una certa incredulità che il nuovo vescovo in tutti i documenti che inviava alla sua nuova diocesi si firmava “don Tonino”, omettendo quindi ogni titolo onorifico,  tradì una sua preoccupazione e  volle riportare delle raccomandazioni di Sant’Ignazio , ritenendole valide  per la Chiesa di  Molfetta di quei giorni : “Non dovete approfittare della giovine età del vescovo, ma avere per lui rispetto, considerando l’autorità che gli è stata conferita da Dio Padre. So che fanno così anche i venerandi presbiteri, che non abusano della sua evidente età giovanile.

Quanto furono profetiche quelle considerazioni visto che da lì a poco non mancarono da alcuni presbiteri della diocesi segnalazioni presso gli ambienti romani di presunte inadempienze e irregolarità del santo vescovo: ma si sa, questo è il destino dei profeti! Questo è il prezzo che si paga alla fedeltà a Dio e al vangelo. Pur essendo a conoscenza della verità, don Tonino continuò ad amare tutti, a servire tutti, a non nutrire sentimenti negativi per nessuno. Nemmeno per i suoi detrattori, per i quali, in verità, non faceva scandalo la giovinezza dell’età, ma la giovinezza dello Spirito! Ma don Tonino non si faceva incatenare dal sentimento dell’odio: viveva libero perché aveva abolito la categoria del nemico!

Vivere senza nemici era per don Tonino un progetto di vita: il modo più consono per annunciare il vangelo della pace. Non aveva ancora iniziato il suo ministero episcopale a Molfetta e già dai suoi interventi emergeva pian piano un nuovo vocabolario: termini come tenerezza, volto, pace, poveri, ultimi iniziavano ad essere sempre più presenti e dissonanti con altre espressioni che non appartenevano al linguaggio dell’amato pastore.

Così una riflessione di un parrocchiano, tra l’altro molto significativa, che comunicava il nobile auspicio che don Tonino giungesse a Molfetta “come Cristo a Gerusalemme, come un re mansueto” aveva però come titolo: “Il coltello per il manico”, titolo che suonava come un ossimoro con il contenuto dello stesso articolo e con le parole del nuovo pastore.  “’Rimetti la spada nel fodero’ deve essere il principio assiologico supremo di ogni impegno cristiano e di ogni protesta civile”. Così si esprimeva l’amato pastore e aggiungeva: “smilitarizziamo il linguaggio, spesso così intriso di assurde categorie belliche”. Sarà Papa Francesco a riprendere questi concetti: “Dobbiamo disarmare le parole, per disarmare le menti e disarmare la terra”. Solo Dio sa quanto oggi ne abbiamo bisogno. (continua)

 

 

*presidente della Fondazione “don Tonino Bello”

 

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