(22 - continua) Piazza Pisanelli, a Tricase, non l’avevo mia vista così piena. Un tripudio di colori, di sorrisi, di emozioni. Ognuno dei presenti aveva un ricordo speciale, tutti avevamo almeno un motivo per sentirci parte di quel momento tanto atteso.

Era il 30 ottobre del 1982, giorno della consacrazione episcopale di don Tonino, ma quel giorno non fu solo la festa dell’amato pastore, fu una festa di popolo, di tutto il popolo salentino. Prima dell’evento tutti a salutarci, a stringerci la mano, a comunicarci sensazioni, speranze, promesse. Poi, all’improvviso, scese su di noi il silenzio e con esso un brivido sulla nostra pelle: da lontano un nugolo di sacerdoti lentamente procedevano in direzione dell’altare, poi un canto gioioso e liberatorio si elevò al cielo.
Non ho memoria di nessuno dei concelebranti, anche se erano davvero tanti: i miei occhi erano solo per don Tonino e per il mio vescovo Michele Mincuzzi. Ho sempre avuto una idea ben precisa del rapporto che c’era tra il vescovo Mincuzzi e Tonino Bello: profonda stima e affetto sincero apparivano da subito anche a chi poco conoscesse questi due grandi uomini. Eppure, questi sentimenti non bastavano per spiegare la sintonia e l’empatia che li legava; vivevo per entrambi una ammirazione importante e ho sempre pensato che ci doveva essere dell’altro per meglio comprendere la loro vicinanza.
C’era intelligenza, fede, visione. C’era nobiltà d’animo, senso del rispetto del prossimo, cultura e mitezza insieme: tutti aspetti valoriali che li rendevano testimoni dal fascino indiscusso. Tuttavia, è nel percorso formativo che vi sono elementi importanti che avvicinano questi due uomini per i quali la Chiesa e la società salentina devono essere sempre grati.
Michele Minzuzzi era nato a Bari il 18 giugno del 1913. Quinto di cinque figli, frequenta dapprima il seminario diocesano e successivamente il seminario regionale di Molfetta; il 25 luglio del 1936 fu ordinato sacerdote dall’arcivescovo di Bari Marcello Mimmi e nel 1938 si laureò in teologia presso l’Università Gregoriana. È aperto sin da giovane alle novità della società, scrive su diverse riviste nazionali che avevano un taglio teologico e sociale, frequenta circoli culturali laici e, in particolare, è in dialogo con gli intellettuali cattolici della Fuci dove porta anche un suo specifico respiro teologico che risente del dialogo con esponenti transalpini.
In considerazione di questi suoi interessi, il vescovo Mimmi gli affida l’incarico di assistente dei laureati cattolici e poi anche quello di cappellano del porto (nota era la sua vicinanza all’apostolato del domenicano Loew, vicino agli scaricatori di porto di Marsiglia), fonda l’Uoc (Unione operai cattolici), è il primo assistente diocesano e provinciale delle Acli e delegato regionale dell’Onarmo (Opera nazionale assistenza religiosa e morale agli operai). Nel 1948, dopo la “Lettera collettiva dell’episcopato meridionale”, Mincuzzi, in collegamento con Mimmi e con Ferdinando Baldelli (presidente dell’Onarmo), dà vita alla “Comunità dei braccianti”: il termine “comunità” richiama quel respiro rivoluzionario che Dossetti, La Pira, Fanfani, Moro portavano nella società. Mincuzzi diventa cappellano generale della comunità e tale rimarrà sino alla sua consacrazione episcopale, avvenuta il 2 ottobre del 1966 nella Basilica metropolitana primaziale di Bari.
È presente alla celebrazione, presieduta dall’arcivescovo di Bari, Enrico Nicodemo, l’amico e presidente del consiglio, Aldo Moro. Iniziano così tre settennati episcopali di Mincuzzi: il primo nella sua città di Bari come vescovo ausiliare di mons. Nicodemo, il secondo nella piccola diocesi di Ugento, il terzo nella Chiesa di Lecce.
Luoghi, maestri, temi, testimoni: tutti definiscono percorsi se non uguali certamente vicini che ci fanno comprendere il perché della sintonia fra don Tonino e Mincuzzi, ci definiscono meglio la loro vicinanza e la comunione nella fede e nella visione della storia della salvezza. Solo partendo da questi presupposti possiamo leggere una storia che vorrei definire per certi versi comune: comune sicuramente nei temi che i due pastori nelle loro diocesi hanno affrontato.
Nella Chiesa di Lecce e nella Chiesa di Molfetta, negli anni ‘80, pur con stili differenti e con differente riscontro mediatico, si vivono meravigliose convergenze: il concilio, il radicalismo evangelico, il ruolo dei laici, il clericalismo come patologia, la chiesa povera, dei poveri e per i poveri, la nonviolenza, la pace nel mondo, una nuova visione del proprio ruolo.
Il 5 aprile del 1981, nella prima omelia a Lecce così Mincuzzi si rivolse al suo popolo: “Vi dico subito, preliminarmente, anche a costo di scompigliare un’atmosfera festosa: vi supplico, di non condizionarmi, sia pure con amabilità e cortesia, con la vostra gloriosa tradizione di Chiesa ben ordinata. Come buoni fratelli e sorelle, lasciatemi esistere e operare con la mia irrepetibilità di uomo, di cristiano, di vescovo. La mia esperienza cristiana, apostolica e più globalmente biblica, mi portano a vivere dietro la porta dell’imprevisto, dell’inusitato, dell’inedito, del nuovo”. Questo il suo auspicio, che intravide anche nella vita di don Tonino pastore. Bellissime le parole che proclamò il 30 ottobre del 1982 durante l’omelia in piazza Pisanelli: “Tu farai cose nuove e nessuno osi non rispettare la giovinezza del tuo spirito e la freschezza della tua visione della Parola di Dio e della Chiesa”.
Devono dirsi fortunati quanti nella vita hanno incontrato questi due vescovi: una vita vissuta affinché, nel cuore del popolo affidato, Cristo potesse crescere e loro, i nostri pastori, diminuire. (continua)
*presidente della Fondazione “don Tonino Bello”

