(21 - continua)
Carissimo don Tonino, da alcuni mesi, ogni domenica, giorno del Signore, raccontiamo la tua vita. E, attraverso le vicende che ti hanno visto protagonista, santifichiamo la festa, ci avviciniamo a Dio e riflettiamo sul nostro vecchio mondo.

Di questo ti voglio oggi parlare. Del nostro mondo. Vecchio. Ormai incapace di vivere nuovi orizzonti, un mondo triste, sempre più in mano all’impero della morte. Tu lo avevi previsto e, più volte, avevi manifestato, specie per il tuo sud, grande preoccupazione: “Siete nella terra dove la speranza è sfidata ogni giorno dalla violenza, dove le logiche di partito contano più del crimine, dove le ragioni di stato prevalgono su quelle dei più elementari diritti umani (albanesi, extracomunitari), dove muore un morto ammazzato ogni due giorni”.
Cattivi erano i tuoi presagi circa il terzo millennio e, se tu, nella tua vita da uomo e da pastore, ci avevi indicato sempre gli ultimi come categoria da cui partire, oggi forse, questa tua indicazione è già superata. Nel mondo abbiamo gli ultimissimi: gli ultimi sono gli schiavi, quelli che lavorano in condizioni disumane nei nostri campi per pochi maledetti spiccioli. Alcuni di loro non si rendono conto della loro condizione e forse questa è la loro fortuna! Altri invece, si rendono conto e, se tentano di ribellarsi, noi li bruciamo vivi. Sono gli ultimissimi e noi li bruciamo, senza particolare scandalo.
È successo proprio così, solo qualche giorno fa, ma tanto oggi non ne parla più nessuno: in fondo non sappiamo nulla di loro, non li chiamiamo neanche per nome, non sappiamo se avessero figli, madri, famiglia. Proprio al pari delle bestie, peggio delle bestie che ormai da noi godono di tutte le protezioni. Gli ultimissimi no, possono morire, arsi vivi.
Ai tuoi i tempi, caro don Tonino, l’inferno lo si incontrava dopo la morte. Oggi le fiamme ci bruciano già in vita e forse la morte ci libera dall’inferno. Si, è vero, sono stati due uomini a dare fuoco ad una vettura all’interno della quale c’erano quattro persone imprigionate, ma quelle fiamme le abbiamo (pre)alimentate tutti noi con la nostra violenza quotidiana, con le nostre necro-politiche, con il nostro parlare, fatto di remigrazione, odi razziali, ministero della guerra, armi, confini, nazione, stranieri! Vestiamo queste nefandezze di belle parole: radici, tradizione, libertà, progresso. Addirittura, chiamiamo tutto questo pace, senza sapere che l’altro nome della Pace è Cristo Signore, del quale questa domenica celebriamo il Corpo!
Non ho oggi altre parole e allora mi affido alle tue per meglio santificare la festa del Corpus Domini. “Non riesco a liberarmi dal fascino di una splendida riflessione di Garaudy a proposito dell’Eucarestia: ‘Cristo è nel pane. Ma lo si riconosce nello spezzare il pane’. Sicché oggi, festa del Corpo e del Sangue del Signore, mi dibatto in una incertezza paralizzante. Parlerò dell’Eucaristia come vertice dell’amore di Dio che si è fatto nostro cibo? Dirò della presenza di Cristo che ci ha amati a tal punto da mettere la sua tenda in mezzo a noi? Spiegherò alla gente che partecipare al pane consacrato significa anticipare la gioia del banchetto eterno del cielo? Mi sforzerò di far comprendere che l’Eucaristia è il memoriale (che parola difficile, ma pure importante!) della morte e della resurrezione del Signore? Illustrerò il rapporto di reciproca causalità tra Chiesa ed Eucaristia, spiegando con dotte parole che se è vero che la Chiesa costruisce l’Eucaristia è anche vero che l’Eucaristia costruisce la Chiesa? Non c’è che dire sarebbero suggestioni bellissime, e istruttive anche, e capaci forse di accrescere le nostre tenerezze per il Santissimo Sacramento, verso il quale la disaffezione di tanti cristiani si manifesta oggi in modo preoccupante. Ma ecco che mi sovrasta un’altra ondata di interrogativi. Perché non dire chiaro e tondo che non ci può essere festa del “Corpus Domini” finché un uomo dorme nel porto sotto il ‘tabernacolo’ di una barca rovesciata, o un altro passa la notte con i figli in un vagone ferroviario? Perché aver paura di violentare il perbenismo borghese di tanti cristiani, magari disposti a gettare fiori sulla processione eucaristica dalle loro case sfitte, ma non pronti a capire il dramma degli sfrattati? Perché preoccuparsi di banalizzare il mistero eucaristico se si dice che non può onorare il Sacramento chi presta denaro a tassi da strozzino; chi esige quattro milioni a fondo perduto prima di affittare una casa a un povero Cristo, chi insidia con i ricatti subdoli l’onestà di una famiglia? Perché non gridare ai quattro venti che la nostra credibilità di cristiani non ce la giochiamo in base alle genuflessioni davanti all’ostensorio, ma in base all’attenzione che sapremo porre al ‘corpo e al sangue’ dei giovani drogati che, qui da noi, non trovano un luogo di accoglienza e di riscatto? Perché misurare le parole quando bisogna dire senza mezzi termini che i frutti dell’Eucarestia si commisurano anche sul ritmo della condivisione che, con i gesti e con la lotta, esprimeremo agli operai delle ferriere di Giovinazzo, ai marittimi drammaticamente in crisi di Molfetta, ai tanti disoccupati di Ruvo e di Terlizzi? Purtroppo, l’opulenza appariscente delle nostre quattro città ci fa scorgere facilmente il corpo di Cristo nell’Eucarestia dei nostri altari. Ma ci impedisce a scorgere il corpo di Cristo nei tabernacoli scomodi della miseria, della sofferenza, della solitudine. Per questo le nostre Eucarestie sono eccentriche. Miei cari fratelli, perdonatemi se il discorso ha preso questa piega. Ma credo che la festa del Corpo e Sangue di Cristo esiga la nostra conversione. Non l’altisonanza delle nostre parole. Né il fasto vuoto delle nostre liturgie”. (continua)
*presidente della Fondazione “don Tonino Bello”

