(18- continua) L’estate del 1982 passò in fretta: la gioia di tutta la gente era palpabile. Attorno a don Tonino un clima di felicità da parte di tutto il popolo tanto da rendere quelle giornate più solari di sempre.

 

 

Il 4 settembre veniva dato l’annuncio della nomina a vescovo di Molfetta-Giovinazzo-Terlizzi contestualmente nelle cattedrali di Ugento e di Molfetta. La bolla di nomina per la diocesi di Ruvo fu successiva e data il 30 settembre. Nel frattempo, tantissimi furono i telegrammi di congratulazioni per la sua nomina a vescovo, tra questi quello di mons. Luigi Bettazzi, vescovo di Ivrea e presidente nazionale di Pax Christi e quello di mons. Cosmo Francesco Ruppi, vescovo di Termoli

Tricase si preparava con sentimenti contrastanti a lasciare partire il suo parroco. In una intervista rilasciata all’amico Francesco Scarascia per un giornale locale, alla domanda perché avesse accettato, dopo due rinunce, la nomina a vescovo, don Tonino rispose adducendo le motivazioni della sua scelta e poi chiuse il discorso così: “se i tricasini non mi avessero amato, forse sarei rimasto”. Insomma, era una questione innanzitutto di cuore! Anche le istituzioni civili vollero esprimere la loro gioia. Ad Alessano fu convocato un consiglio comunale e, nel suo intervento, la consigliera Gina Caccioppola così disse: “Credo che dei meriti e delle qualità (di don Tonino, ndr) ce ne siamo accorti tutti, anche quelli che praticano poco la chiesa o non la praticano affatto. La sua parola e la sua opera, la sua profonda cultura, le ha sapute porgere [...] con la testimonianza concreta. Le grandi qualità di uomo, di cristiano e di sacerdote, non potevano rimanere nascoste”.

A chi gli chiese di fare un bilancio della sua vita don Tonino rispose: “Se vuoi un bilancio preventivo te lo faccio volentieri. I bilanci consuntivi mi danno malinconia. Ebbene, nel conto delle mie previsioni vorrei mettere una solidarietà più forte con la gente, un desiderio più vivo di spartirne le sorti e i destini. Vorrei essere, per usare un’espressione cara a David Turoldo, un vescovo fatto popolo. Un vescovo eletto alla dignità di popolo. Ahimè! I bilanci consuntivi fanno malinconia ma quelli preventivi… danno le vertigini”. 

“Don Tonino, - gli fu chiesto - ma si farà chiamare eccellenza?” E lui così rispose: “ll cristianesimo è la religione dei nomi propri [...] non vedo perché io debba rinunciare al mio nome proprio per assumere un titolo che, ad esser sinceri, non ha molto da spartire né con la povertà di Betlemme, né con l’ignominia del Calvario. Continuerò a farmi chiamare don Tonino”.

Traspare da tutte queste parole un sentimento di gioia avvolto da un velo di tristezza. E anch’io vivevo queste contrastanti sensazioni: il Capo di Leuca aveva appena perso Michele Mincuzzi e ora si preparava a rimanere orfano anche di Tonino Bello. Ero felice per la Chiesa che aveva scelto un “pastore nuovo”, triste per la mia terra che perdeva la sua guida illuminata. Don Tonino con la sua presenza aveva sempre rappresentato una sorta di cerniera tra Chiesa e società, tra fede e cultura, tra bibbia e giornale. Ci aveva educato ad un’idea di spiritualità diversa perché non penalizzata da un semplice accostamento alla dimensione del culto. 

Spiritualità è anche pensiero: per non cadere nella mancanza di complessità, nelle sterili ripetizioni, nelle contrazioni degli slogan. Spiritualità è insieme credere, pensare, sperare, sognare.  Ero preoccupato perché sentivo che secondo qualcuno ormai don Tonino, una volta diventato vescovo, avrebbe dovuto “incanalarsi nei binari giusti”, avrebbe dovuto abbandonare certe posizioni perché il nuovo servizio richiedeva prudenza, senso di governo, fedeltà alla tradizione: e, dicevano i più saggi, che don Tonino avrebbe trovato difficoltà a svolgere la sua nuova missione  perché aveva un limite importante cioè era “pastoralmente inesperto”. 

A sentire tutto ciò mi rattristavo, constatavo con amarezza il limite di questi ragionamenti e mi chiedevo: “che sarà della nostra terra, della nostra chiesa, dei nostri giovani. Che fine faranno i laici che con don Tonino avevano vissuto una stagione conciliare?”. Erano interrogativi inquietanti e il tempo, purtroppo, mi avrebbe dato ragione. 

Nelle settimane che precedettero il suo ingresso nella nuova diocesi, in occasione di un incontro dei vescovi pugliesi presso il Centro di spiritualità sito in Cassano Murge, don Tonino volle recarsi lì per incontrare i confratelli vescovi e porgere loro un saluto. Ero studente di medicina a Bari e sino al capoluogo barese viaggiammo in auto insieme. Fu un’occasione, fra le tante, per gustare la sua presenza e condividere i suoi pensieri. Mi parlò del suo recente passato ma soprattutto del suo futuro, delle attese del popolo che gli era stato affidato, dei suoi timori, delle sue trepidazioni. Ma soprattutto della sua povertà! Faceva affidamento alla sua povertà per poter entrare nel cuore della gente di Molfetta!

Ero ancora una volta incredulo e sorpreso per come don Tonino vedeva il mondo: una nuova visione, come sempre. Non l’onnipotenza, ma l’onnidebolezza. Lo avrebbe esplicitato successivamente in una sua preghiera: “La croce salverà il mondo”. Arrivati a Bari, ognuno per la propria strada: lui a Cassano Murge, io in università. Con una leggerezza dentro che nessun altro incontro mi donava. Intanto a Molfetta, sui tetti della città, già spirava una inspiegabile, dolce brezza primaverile. (continua)

 

 

*presidente della Fondazione “don Tonino Bello”

 

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Mi curo di te, la sanità nel Salento. Radio Portalecce