(17 - continua) “Mio carissimo Tonino, ricordo sempre la tua mamma e ho una preoccupazione. Te la comunico con sincerità fraterna. Forse con la mia iniziativa sono stato causa di ansia e in te e nella mamma. E l’ho fatto per ben due volte”.

 

 

“Quando ti presentai come rettore del regionale teologico e poi dopo… Eri lacerato tu e la mamma fra l’affetto, il bisogno della compagnia e la obbedienza alla missione. Ora la mamma è in Paradiso e tu sei più libero… Ahimè! Quale inopportuno aggettivo ho usato e ne chiedo scusa. Ma tant’è: la verità oggettiva è quella. So che hai sofferto e soffri ancora e con te tutta la comunità diocesana, che ti vuole un bene grande. Tonino, anch’io sono passato per quell’ora della tribolazione e con l’amarezza di non aver dato quanto avrei dovuto a chi tanto mi ha amato. Ti sono vicino con l’affetto, con la preghiera che fa comunione. In questa circostanza posso più liberamente dirti quanto ti ho voluto bene e te ne voglio e vorrò”.

Con questi nobili sentimenti, che sono per me motivo di orgoglio nell’appartenere ad una terra che è stata abitata da persone così grandi, mons. Michele Mincuzzi, da pochi mesi arcivescovo di Lecce, comunicava con una missiva il suo affetto a don Tonino e al tempo stesso, lo spronava a nuove decisioni per il bene della Chiesa e del mondo. Poco tempo prima, infatti, aveva inviato una nota in Vaticano dove, ri-presentando don Tonino quale candidato alla nomina episcopale, tra l’altro  scriveva: “È universalmente, senza eccezioni, stimato e amato dall’intera famiglia diocesana (presbiteri, religiosi e laici ); ha il dono di determinati consensi pastorali nel clero e nel popolo, segno di una forte, amabile, paziente personalità sacerdotale, apostolica; possiede, come pochi, il fascino di una predicazione e di un insegnamento di immediata presa, perché comunica ciò che profondamente crede e vive; se fosse eletto all’episcopato, offrirebbe il modello di un governo segno di sentita comunione; la radice più profonda dell’efficacia della sua azione pastorale è la povertà in spirito e il distacco dal denaro e da ogni manifestazione di potere; sarebbe congeniale alla sua personalità una diocesi povera”.

La notizia ormai era nell’aria e un giorno mi permisi di dirgli che “il gran rifiuto” a Celestino V costò l’inferno secondo il poeta fiorentino: e lui rispose con il solito amabile sorriso e la dolce, mite espressione. Poi arrivò l’estate del 1982. A metà giugno dalla Congregazione dei vescovi fu formulata la terza proposta e Tonino Bello così scrisse in risposta al Santo Padre Giovanni Paolo II: “Beatissimo Padre, le significo la mia gratitudine per la stima, la fiducia e l’onore di cui mi degna elevandomi al ministero episcopale. La mia accettazione, oltre che carica di incertezze, è anche permeata di molta tristezza: mi fa così soffrire il pensiero di dover lasciare questo popolo che ho amato e servito per tre anni, che riterrei una grazia straordinaria del Signore poter continuare a lavorare nella mia parrocchia ancora per qualche tempo. Se non insisto per essere liberato da questo onore e da questa responsabilità che mi spaventano, è perché temo di intralciare con i miei calcoli i disegni di Dio. Beatissimo Padre, mi rimetto alle sue decisioni quali che siano e chiedo sulla mia povera vita la sua paterna apostolica benedizione”.  

Sono tanto nobili questi pensieri che ho desiderato condividerli interamente con il lettore. Penso a quanto sia bello avere un pastore che soffre al pensiero di dover lasciare il popolo che gli è stato assegnato: non c’è promozione, non c’è carriera, non c’è nessuna lusinga che tenga! Questa è grazia di Dio! Don Tonino Bello fu nominato vescovo il 10 agosto del 1982: era la festa di San Lorenzo e quella notte a me parve vedere nel cielo le stelle danzare. (continua)

 

 

*presidente della Fondazione “don Tonino Bello”

 

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