Un anno fa ci lasciava Francesco. Eravamo a conoscenza della fragilità della sua salute, eppure alla sua morte il mondo non era pronto.

La notizia della sua scomparsa ci lasciò attoniti, con il fiato sospeso: una sensazione di smarrimento attraversò il nostro animo. Non tutti hanno amato Francesco: come non tutti hanno amato Tonino Bello, del quale proprio ieri ricorreva, per felice coincidenza, il 33° anniversario del suo “dies natalis”. Ma tutti coloro che hanno a cuore don Tonino, hanno certamente amato Francesco: i profeti dividono e non passano. I profeti sfidano il tempo e il tempo non cancella la loro memoria. Empatici entrambi, hanno amato il mondo e il mondo li ha amati. Tante cose in comune: lo stile essenziale, il pensiero incompleto, una intelligenza di fede. Li ricordiamo per tantissime cose. Hanno rivoluzionato il modo di interpretare il ruolo istituzionale, che è apparentemente è diventato aspetto secondario, ma nella loro testimonianza la forma è stata sostanza. Francesco: delle periferie, del cambiamento d’epoca, della “Fratelli tutti”. Don Tonino e la “collocazione provvisoria”, la convivialità delle differenze”, la “contemplattività”: un nuovo dizionario per tutti gli uomini, per i cristiani, per la pace.
La pace, forse più di ogni cosa, li accomuna e li rende attuali, purtroppo. Corre il mondo, vertiginosamente. Al punto tale che anche l’espressione di Francesco forse più citata, quella della “terza guerra mondiale a pezzi” sembra essere superata. “A pezzi” oggi non è più la guerra, ma la pace: così è stata ridotta la pace. Distrutto il pensiero pacifista, svuotato il suo significato, emarginata la profezia. Ma non solo: “a pezzi”, la pace perché solo pochi parti del mondo sono in pace. Se noi, infatti, consideriamo in guerra non solo i tanti Paesi che sono sotto le bombe ma anche quelli che le armi le producono e le vendono, se oltre ai conflitti in corso prendiamo in considerazione altri indicatori come la sicurezza sociale e la crescente militarizzazione, se noi consideriamo le nuove colonizzazioni, le economie perverse che tengono sotto scacco intere popolazioni, se noi ci soffermiamo alle condizioni di sofferenza disumana provocate da “necropolitiche” che quotidianamente “uccidono” - con la povertà, la fame e la malattia - intere fasce della popolazione mondiale: bene, se facciamo questo ragionamento possiamo dire che nel mondo i Paesi in pace sono veramente pochi, sono ormai in netta minoranza, piccoli pezzi di un puzzle che invece è impazzito, è nel fuoco. Per cui anche l’espressione “guerra mondiale a pezzi” è superata, perché “a pezzi” è appunto la pace! Ma dobbiamo fermarci e ragionare. Esercizio oggi desueto, oggi nessuno più vuole usare il pensiero, si preferiscono i muscoli, la forza, la guerra.
Edgar Morin nel libro “Il paradigma perduto” si sofferma su una “singolare associazione dei contrari” che è presente nell’essere umano. Secondo Morin in ogni uomo coesistono ragionevolezza e follia, delirio e saggezza. L’uomo, quindi, è insieme sapiens e demens. Le sue azioni riflettono questa contraddizione, o meglio, questa dicotomia. Se in questo tempo tormentato mettiamo sulla bilancia queste due realtà constatiamo che prevale la follia sulla saggezza: è l’homo
demens “che vive dentro di noi, dentro la nostra vita, le nostre città, le nostre istituzioni. Quante volte non abbiamo ripetuto che “la guerra è follia”: lo abbiamo detto, ma non lo abbiamo pensato. Abbiamo sempre ritenuto la guerra “inevitabile”: e oggi non sappiamo liberarci da questo male ed inevitabile potrebbe essere la fine dell’umanità. Ci stiamo scavando la fossa!
Oggi abbiamo sostituito - più delle altre epoche - Dio con l’io: una società a misura dell’io, ma di un io folle, fuori ragione. Fermiamoci! Ancora possiamo. Ascoltiamo le persone sagge, recuperiamo in noi l’homo sapiens, non perdiamoci Francesco e Tonino Bello. Don Tonino in uno dei suoi ultimi scritti, pur affetto da un tumore e consapevolmente vicino alla fine della sua vita terrena, vedeva nel sud, nel nostro sud, “la linfa rigeneratrice della profezia. Soprattutto nella Chiesa - scriveva l’amato pastore - si notano i segni della primavera. È una Chiesa che, pentita dai troppo prudenti silenzi, passa il guado. Si schiera. Si colloca dall’altra parte del potere. Rischia la pelle. E forse non è lontano il tempo che sperimenterà il martirio”. Già intravedeva, don Tonino, i nostri giorni. Il suo è messaggio di vicinanza a Leone. Come lo è il nostro!
*presidente della Fondazione “don Tonino Bello”

