(14-continua) Mi capitava spesso in quegli anni di andare a scuola o tornare a casa da scuola con don Tonino. Nella sua “cinquecento”, sempre aperta, con tanti libri sul sedile posteriore.

Occasioni di crescita importanti per dialogare e per riflettere. Conservo nel cuore e nella memoria tantissimi di quei momenti, tutti speciali. Amava i giovani, li amava perché liberi e poveri. Ai suoi sacerdoti, da vescovo, più volte disse di fare altrettanto: “Servire i giovani significa considerarli poveri. Poveri con cui giocare in perdita, non potenziali ricchi da blandire furbescamente in anticipo. Significa ascoltarli. Deporre i panneggi del nostro insopportabile paternalismo […], asciugare i loro piedi non come fossero la protesi dei nostri, ma accettando con fiducia che percorrano altri sentieri, imprevedibili, e comunque non tracciati da noi. Significa far credito sul futuro, senza garanzie e senza avalli […], significa seguire seppur da lontano la loro via crucis ed intuire, come il Cireneo ha fatto con Gesù, che anche quella dei giovani, abbracciata insieme, è una croce che salva”.
Parole bellissime ma non erano solo parole! Sentivi sulla tua pelle la sua fiducia e ciò ti responsabilizzava e ti rendeva libero. A quanti volevano orientare le tue scelte, ingabbiandoti, e ledendo la tua libertà giustificando determinati atteggiamenti sotto lo “scudo” della “direzione spirituale”, lui un giorno, quasi stizzito, disse che “la direzione spirituale è fatta per essere abolita”: coglievo in quest’uomo una visione nuova, una capacità di andare oltre gli stereotipi di una certa cultura, lo sforzo quotidiano della ricerca di Dio anche attraverso le novità della storia degli uomini e del mondo. Della quale si sentiva parte.
Viveva con curiosità e a volte con inquietudine le trasformazioni sociali in atto. E questa inquietudine gli era provocata dalla netta sensazione che una parte del mondo e della Chiesa pensava di risolvere i problemi rimuovendoli e rimanendo segregato nella propria casa o nella propria sacrestia. Ci diceva che, invece, era necessario dialogare con tutti. E a chi gli faceva notare che a volte mancava di prudenza, (molti, infatti, lo criticavano perché, ad esempio, non declinava alcuni inviti in occasione di incontri culturali organizzati da “alcune” forze politiche) lui rispondeva: “Per annunciare il Vangelo andrei anche all’inferno”. E così ci spronava a leggere di tutto, tutti i giornali, a sentire tutte le opinioni, a confrontarsi con qualsiasi libro e ci diceva, “timeo hominem unius libri”. Tanti libri, tante persone.
Se c’è una cosa della quale non finirò mai di ringraziare l’amato pastore è proprio questa: mi ha fatto incontrare tantissima gente. Don Tonino è stato mio professore perché mi ha introdotto alla lettura di tantissimi libri (ricordo, in questi giorni, “Ipotesi su Gesù”, di Vittorio Messori), ma è stato maestro perché mi ha introdotto alla conoscenza di tantissime persone: come non citare l’incontro con David Maria Turoldo! Giornata indimenticabile: il timbro roboante della voce del padre friulano, le provocazioni teologiche, la visione tutta nuova della storia. “Un mondo nuovo è possibile”, mi dissi, al termine dell’incontro. E tornando con don Tonino nel nostro piccolo paese l’amato pastore mi fece dono di un libro di Turoldo, che ancora conservo gelosamente (“Alla porta del bene e del male”) e che di tanto in tanto è oggetto di mie letture. Così lontani, Turoldo e don Tonino, eppure tanto vicini. Così diversi, ma tanto uguali: accomunati dalla profezia e dalla poesia, profumavano di vangelo!
Mai rinunciava a far sentire la sua presenza nella società: straordinario fu il suo impegno in quegli anni a favore della vita anche in occasione del referendum sull’aborto, e in una omelia pronunciata a Tricase, a ridosso della Festa del lavoro, così disse: “La nostra civiltà corre verso la morte. Adesso, forse, qualcuno starà pensando che io voglia rifarmi al problema dell’aborto, che abbiamo vissuto in questi giorni. No, non è questo. C’è anche questo, ma non solo. Vedete, noi viviamo in questa civiltà caratterizzata dai sintomi della morte. La violenza che cos’è se non morte? La droga che cos’è se non questo? Mi riferisco anche alle violenze che avvengono nel mondo del lavoro: le ingiustizie, le disonestà, gli abusi di potere, lo schiacciare l’altro, […]. Allora vi chiedo: noi viaggiamo verso le traiettorie che ci sono state indicate da Gesù?”. Da quelle traiettorie ha cercato sempre di non allontanarsi e ha suggerito agli altri di fare altrettanto. Ritroveremo questi concetti nella sua preghiera forse più bella, scritta nel 1985, “L’ala di riserva”. Erano accattivanti le sue visioni, sempre intrise di poesie e di sogni. Il sogno, “Teatro dei poveri”, era per don Tonino sostanza educativa, percorso fondamentale per realizzare le utopie conviviali, le utopie della pace, le utopie della fratellanza universale: “Una Chiesa che non sogna non è Chiesa, è solo apparato”. A chi lo denigrava chiamandolo sognatore, don Tonino rispondeva che solo chi sogna può evangelizzare e costruire un mondo migliore: accarezzava l’idea di educare alle utopie, rifuggiva dalle distopie. Distopia è la guerra, distopia è la distruzione, distopia è la morte. Ecco perché l’amato pastore è stato testimone di vita. Testimone e maestro! (continua)
*presidente della Fondazione “don Tonino Bello”

