(13- continua) Ho conosciuto don Tonino quando ero ancora bimbo, e forse ancora prima di incontrarlo.

 

 

 

E questo grazie a mia madre che mi parlava di questo sacerdote, ma anche grazie al mio paese, dove c’era un “sentire comune”, un’opinione diffusa che metteva tutti d’accordo: don Tonino era un prete speciale, diverso.   

Sempre sorridente, solare, mite e intelligente, umile e acculturato, semplice ed elegante, giovane e sportivo: “bello” insomma. Non avevo ancora iniziato gli studi liceali quando casualmente mi capitò tra le mani un libro di storia locale e, tra le pagine dello stesso, uno scritto su un cartoncino. Sembrava un segnalibro, era invece la prefazione allegata, postuma alla pubblicazione: uno scritto di don Tonino che lessi e conservai subito perché rimasi colpito. Ogni tanto riprendevo quel cartoncino e rileggevo la riflessione: la sua scrittura era ricca, a tratti travolgente. Ti portava a leggere senza incedere, perché fascinosa, fluente, iconografica. Sembrava non uno scritto, ma un dipinto! L’ho conservato per quasi mezzo secolo quel cartoncino, insieme poi a tanti altri suoi scritti che pian piano mi capitavano tra le mani, in un cassetto di una piccola scrivania, che mi è stata compagna nelle mie ore di studio e di riflessione.

Di recente ho pubblicato sul sito della Fondazione quella riflessione, perché troppo bella per non dover essere condivisa. In quegli anni quando venivo a conoscenza di una celebrazione di don Tonino cercavo di essere presente: le sue omelie facevano riflettere sempre, non stancavano mai. C’era nelle sue celebrazioni un rispetto dell’assemblea, dei partecipanti, la liturgia sempre essenziale donava il senso del mistero e ti avvicinava a Dio. E, se c’era un convegno che prevedeva un suo intervento, partecipavo sempre: sempre foriero di novità, don Tonino ti arricchiva  nella cultura e nella fede, ti rinfrancava dalla noia e dalle ripetizioni a cui spesso eravamo sottoposti.

Se lo incontravi per le strade del paese ti salutava e ti fermava sollevandoti da ogni timidezza. Si interessava alla tua vita, ai tuoi progetti, sempre sorridente, accogliente. E un giorno, nell’agosto del 1976, ero appena tornato da Spello e da Nomadeldia, venne a trovarmi a casa. Lui così grande, si interessava a me, piccolo, insignificante, povero, giovane della periferia: mi chiese di quell’esperienza, se avessi incontrato Carlo Carretto e don Zeno, cosa avesse significato per me raggiungere quei posti.  

Stessa cosa successe nel gennaio del 1977, dopo che partecipai a Bologna ad un incontro organizzato dalla associazione “Amici del lebbrosi” e presieduto da Raoul Follereau. Mi stordiva, a volte, quell’uomo: con la sua semplicità condivideva i miei sogni fragili e, su di essi, in qualche modo, scommetteva insieme a me! E quando nell’estate del 1977, mentre ero impegnato in un’esperienza di lavoro presso una località marittima del Salento, in un meriggio infuocato, venne a trovarmi per chiedere come stavo e quante ore al giorno lavorassi, ebbi la conferma dei miei pensieri e dei miei sentimenti.

Continuavo a seguirlo o ad inseguirlo: un anno prima gli era stato affidato il compito di celebrare messa nella mia parrocchia. In un orario particolare, una liturgia quasi riservata ai nobili del paese, poche famiglie, tanto silenzio, tanta tristezza: ma quando in Alessano si seppe che alle 11 (quello era l’orario) celebrava don Tonino, tutto cambiò: la chiesa, di domenica in domenica, era sempre più gremita di fedeli, e tutto fu diverso, si trasformò in festa! E quell’anno, nella stessa chiesa, don Tonino allestì il presepe: ed io con lui, affascinato dalla sua creatività, dalla sua fantasia, dal suo operare poetico.

Ti sorprendeva in ogni occasione. Una mattina di dicembre del 1977 passai da casa sua per andare insieme a scuola e con mia meraviglia trovai una giovane donna, molto discussa in paese perché di facili costumi. La notte aveva diluviato e la ragazza vagava per il paese finché, completamente zuppa e impaurita, pensò di trovare riparo presso la casa dell’amato pastore. La giovane fu accolta da don Tonino e da mamma Maria che si presero cura di lei. Al mio ingresso in casa, non so con quale espressione io reagii alla vista della povera sfortunata: don Tonino mi guardò negli occhi e notando la mia disapprovazione per quello che sarebbe potuto essere il giudizio della gente, sorridendo esclamò: “omnia munda mundis!” (Tutto è puro per i puri)! Una lezione di vita alle prime ore del mattino da chi era preoccupato solo del giudizio di Dio. Poi salimmo in macchina per andare a scuola: pochi chilometri, tante discussioni, tanti insegnamenti.

Mi capita di pensare spesso a quei momenti: è come leggere alcune pagine del vangelo. È stato Papa Francesco che mi ha riacceso nel cuore quei ricordi quando ci ha riproposto un versetto di Isaia con una nuova chiave di lettura: “Vieni e discutiamone. Mettiamoci a sognare”. È stato proprio così con don Tonino. Incontri, discussioni, riflessioni, dibattiti: un sogno! Che il tempo non ha cancellato. (continua)

*presidente della Fondazione “don Tonino Bello”

 

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Mi curo di te, la sanità nel Salento. Radio Portalecce