(2 - continua) Come per tanti ragazzi coetanei, anche per il piccolo Tonino quelli furono anni difficili. La fame, il lutto, il futuro incerto segnarono i primi anni della sua vita. La scomparsa del padre e dei fratelli maggiori lo costrinsero, già in tenera età, ad assumersi responsabilità da adulto.

Non perse mai però la capacità di sognare, nonostante i tempi erano bui e non si intravedevano giorni migliori. La guerra seminava vittime e terrore il tutto il mondo e il nostro piccolo paese non era esente da sofferenze e povertà. Che non era solo quella materiale. Sarà don Tonino stesso da adulto a darci una fotografia della sua Alessano e della sua chiesa: "la quale nonostante le mortificazioni e i ridimensionamenti subìti rimane una della più belle del Salento, (ma i miei concittadini) sappiano imitare lo slancio, la genialità e l'ardimento profusi dai loro antenati, due secoli addietro, nel progettarla e nel costruirla. Solo così questo tempio tornerà ad essere, per noi alessanesi, il segno tangibile di una promettente ripresa, e non più l'emblema sontuoso della nostra vocazione mancata".
E affiora nell'animo dell'amato pastore "un sentimento di non precisata tristezza. È come se scorgessimo nel racconto delle ambizioni velleitarie dei nostri padri, nella trama dei loro progetti irrealizzati, nel sussulto dei loro entusiasmi delusi, l'anamnesi malinconica dei nostri mali presenti. Sicché questa chiesa, questa nostra splendida chiesa, che sarebbe stata immensamente più bella se il superbo disegno di partenza fosse stato realizzato, diviene oggi, per noi alessanesi, l'emblema delle nostre frustrazioni attuali e il simbolo delle nostre aspirazioni quasi sempre geniali ma quasi sempre vanificate da chi sa quale ricorrente fatalità o da chi sa quale maledetto residuo di atavica pigrizia".
Accanto a queste note di preoccupazione e critica per la sua città e la sua gente, don Tonino nutriva sentimenti estremamente positivi tanto che possiamo dire che era il suo smisurato affetto per la città a generare a volte determinate perplessità. L'attaccamento alle radici e l'amore per la sua terra non sono stati mai messi in discussione: per la sua gente ha nutrito sentimenti nobilissimi ("una gente i cui silenzi non (vanno, ndr) interpretati come rassegnazione alla forza del destino […] ma come atteggiamento interiore proprio di chi ha già superato certi stadi culturali su cui gli altri ancora si attardano, e in cuor suo se ne ride dei ricorrenti deliri di onnipotenza umana”).
E alla sua terra ha dedicato pagine di sublime poesia (“Una terra senza risorse. Bella nella patina ferrigna delle sue rocce. Splendida nel biancore dei suoi paesaggi, malinconica nel contorcimento dei suoi ulivi secolari. Struggente nella purezza del suo mare e del suo biblico sole”).
Pur sentendo sulla sua pelle il desiderio di viaggiare per il mondo, di incontrare tutte le genti, perché era assetato di libertà e di "Infinito" (“e me ne andrei così per le strade del mondo […], fino agli estremi confini della terra), non ha esitato di scegliere la sua terra per riposare in eterno: nella nuda terra del suo paese natìo, dove oggi tantissimi pellegrini sostano, anche Papa Francesco si è fermato a pregare: "…questa meravigliosa terra di frontiera […] si spalanca ai tanti sud del mondo […]; siete una finestra aperta da cui osservare tutte le povertà che incombono sulla storia […]. In questa terra Antonio nacque Tonino e divenne don Tonino". (continua)
*presidente della Fondazione “don Tonino Bello”

