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Superata, almeno sembra, la fase 1 della terribile pandemia di Covid 19, restano sul campo una serie di problemi, vecchi e nuovi.

 

 

È emersa, con tutta evidenza, la necessità di una profonda riorganizzazione del sistema sanitario, non più basato solo su grandi centri ospedalieri, ma su una servizio di base diffuso sul territorio.

Accanto a ciò si è aperta un’ampia discussione sugli interventi economici, in relazione al sostegno finanziario da elargire ai singoli oppure alle imprese, caricandola di un eccesso di impostazione ideologica, senza sforzarsi di trovare un opportuno equilibrio.

Infine, ma non in ultimo, dopo settimane di discussione sulla didattica a distanza” (Dad) l’attenzione si è spostata, in questi ultimi giorni, sulla necessità di investire nell’alta formazione.

È questo un settore, notoriamente, trascurato, ma dal quale sarà necessario ripartire.

Quanto mai importante è il fatto che l’investimento finanziario, per il rilancio del settore, sia richiesto anche ai privati.

Abbiamo sentito invocare la necessità della ricerca ed abbiamo visto richiedere l’intervento degli “esperti” per dare risposte convincenti nell’affrontare problemi che hanno sembrato sovrastarci, anche per l’impreparazione diffusa di settori che, negli ultimi anni, hanno visto tagliati i contributi pubblici e, praticamente, assenti quelli privati.

Se questa tragica esperienza servirà almeno a strutturare un intervento pubblico/privato in grado di sostenere e potenziare i nostri atenei e i nostri centri di ricerca, potremo piangere lacrime meno amare su quanto ci ha letteralmente travolto nelle scorse settimane.

Non sarebbe impossibile, se ci fosse la volontà condivisa di dare un futuro, almeno degno del suo glorioso passato, al nostro Paese.

Sarebbe bello (per quanto possa apparire utopistico), che l’iniziativa parta da un gruppo di imprenditori privati, che, come finanziano lodevolmente le attività sportive, ritengano giunto il momento di costituire un significativo “capitale umano” che sia il motore della ripresa.

A questa iniziativa il settore pubblico dovrebbe contribuire almeno con il non frapporre lacci e laccioli, prima ancora di investire risorse economiche, adeguate per la quinta o  sesta potenza economica mondiale.

Come la storia ci insegna, dalle tragedie si può anche ripartire, se, parafrasando Kennedy, ci chiediamo non “cosa lo Stato abbia fatto per noi, ma cosa noi siamo disponibili a fare per lo Stato”.

 

Chiesa di Lecce per il Coronavirus