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La diffusione dell’epidemia provocata dal Coronavirus, iniziata in Cina e diffusasi anche al di fuori di quel Paese, ha messo in evidenza una serie di strani comportamenti da parte dei cittadini.

Nella società della globalizzazione e della comunicazione ubiquitaria, si è riscontrato come qualsiasi problema, ormai possa coinvolgere l’intero pianeta, in tempo reale, dimostrando la nostra totale impotenza.

Ma l’eccesso di informazione, spesso parziale, quando non totalmente priva di fondamento, ha finito per creare inutili allarmismi e vere e proprie psicosi.

Le mamme che sono andate a ritirare i figli dalle classi nelle quali si trovava un bimbo cinese, nato in Italia, mai andato in Cina e che, magari, parlava il dialetto locale meglio dei propri figli, stanno a confermarci uno spaventoso livello di ignoranza.

Ci verrebbe da sostenere che dall’epoca della peste, narrata dal Manzoni ne “I promessi Sposi”, di strada ne è stata fatta veramente poca.

Se il rischio di contagio - ci dicono gli esperti - è molto basso, resta molto alto, invece, il rischio di gravi condizionamenti psicotici, derivanti da un livello di profonda discriminazione nei confronti dello “straniero”, che, in fondo, è più “nostrano” di quanti sono nati nel nostro Paese.

Se è vero che l’amicizia si constata nel momento del bisogno, come Italiani non abbiamo dato un bell’esempio nei confronti del popolo cinese e di quanti, da un tempo più o meno lungo, vivono e lavorano nel nostro Paese.

L’esempio di un datore di lavoro cinese che, per evitare ogni malevola considerazione ed ogni atteggiamento abbietto, ha lasciato  temporaneamente l’attività in mano ai dipendenti italiani, dimostra una sensibilità ben diversa dall’isteria che ha caratterizzato certe nostre scelte.

Si tratta di una posizione che dovrebbe farci a lungo riflettere sulla nostra presunta “superiorità” e farci assumere un atteggiamento più umile e più razionalmente motivato.

A volte, l’eccesso di informazione, anche quella non motivata e non sempre  rispondente a verità, può provocare una “infodemia”certa, piuttosto che una “epidemia” incerta.

 

Chiesa di Lecce per il Coronavirus