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Le recenti notizie di chiusura di grandi aziende manifatturiere, al sud, ma anche al nord del nostro Paese, gettano nello sconforto non solo gli addetti di quelle aziende, ma anche interi territori, che sulle aziende hanno fondato le loro economie.

Quasi mai, però, il problema viene analizzato in stretta correlazione con la formazione e con le istituzioni scolastiche, destinate a provvedervi.

La cosiddetta “quarta rivoluzione industriale”, infatti, dimostra il superamento dell’apprendimento di nozioni, standardizzato e predeterminato nell’età scolare ed oggi superato da un’economia caratterizzata da una rapida obsolescenza dei saperi e dal mutamento, più volte nella vita lavorativa, della propria occupazione.

L’industria 4.0 richiederà sempre più attività creative e flessibili, per cui, al posto della “mano d’opera”, servirà la “mente d’opera”, da utilizzare in professioni e mestieri che saranno richiesti, magari, tra cinque o sei anni e che oggi non possiamo nemmeno immaginare.

Per questi motivi si imporrà un “long life learning” e la scuola dovrà operare per tutta la vita dell’individuo, chiamato a tornare sui banchi di scuola (anche in maniera virtuale) pure da adulto.

Bisognerà imparare a risolvere problemi complessi, per cui il superamento delle discipline, singolarmente apprese, appare inevitabile, per accedere ad una dimensione “transdisciplinare”, come sostiene E. Morin.

Diventerà centrale riflettere non tanto su “quel” che si studia, ma sul “come”, favorendo un apprendimento che pone al centro lo studente e favorisce rapporti tra studenti e docenti, meno rigidi degli attuali.

Talento e competenze e non il titolo di studio o l’età, potranno consentire la libera circolazione dei lavoratori.

Il percorso non sarà né breve, né semplice, ma tutti dovranno convincersi che sarà necessario imparare più volte, nell’arco di una vita.

 

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