Cinquanta anni fa, il 6 maggio 1976, un terremoto terribile distrusse molti paesi del Friuli, lasciando un mare di macerie e cancellando intere comunità.

Ma, non è esatto dire “cancellando”, perché quelle comunità dimostrarono al mondo intero come la loro resilienza poteva salvaguardare valori secolari, che consentivano di guardare avanti, nonostante tutto.
Si applicò, per la prima volta, un modello che si dimostrerà vincente: ricostruire “come era e dove era” e delegando alle comunità locali, con l’aiuto economico dello Stato, l’onere della ricostruzione.
Non a caso, grazie all’opera convinta e continua dell’on. Zamberletti, nacque in quella situazione la Protezione civile.
Va sottolineato, altresì, il ruolo dei giovani, che dopo la raccolta di 125mila firma, chiesero a gran voce ed ottennero l’istituzione dell’Università di Udine, a rimarcare la volontà di non abbandonare il loro territorio di nascita.
In quei villaggi, a un tempo nuovi e a un tempo antichi, tornò la speranza che non tutto fosse perduto e si ricreò la vita di comunità, che ancora oggi sopravvive.
Vale la pena ricordare anche il ruolo che, in quella vicenda disperata, ebbe la Chiesa, con il valoroso arcivescovo di Udine, mons. Alfredo Battisti, per il quale era giusto individuare un ordine per la ricostruzione, che si trasmise con un motto, “Prima le fabbriche, poi le case, poi le chiese”.
Non c’era tempo per piangere.
I Friulani si armarono del necessario e di una determinazione che è concessa a pochi.
Non furono soli, però, nell’impresa, perché da tutta Italia e dalle nazioni vicine, Austria e Germania in particolare, che li avevano visti nemici solo trenta anni prima, arrivarono militari in congedo, alpini, Vigili del fuoco, Croce Rossa e tante associazioni private.
Emerse con forza il temperamento di un popolo. Un popolo piegato, ma capace di generare una forza propulsiva che richiamò molti altri all’azione.
Le persone furono la vera spinta che fece rialzare il Friuli collassato.
Questo fu capito anche dallo Stato, che prese una decisione storica: l’incarico per la ricostruzione fu dato alla Regione e questa, a sua volta, delegò gli enti locali.
Si erano compresi i forti legami della popolazione con quel territorio e la sua determinazione di partecipazione attiva alla ricostruzione.
La vita e la speranza non si possono soggiogare e quegli uomini e quelle donne, di ogni età e ceto, consolidarono e ricostruirono, immaginarono e ricrearono, confidando in un nuovo inizio.
Il terremoto era stato un trauma, un lutto collettivo e la guarigione non poteva che essere collettiva.
Il terremoto ha rappresentato un’esperienza drammatica, ma ha anche abituato i Friulani ad un’esperienza di attraversamento della notte, che ha rivelato la bellezza dell’animo umano e si è rivelata indimenticabile, formativa e preziosa.
La gente sentì la “forza del fare” e capì che quella esperienza aveva insegnato a sentire l’altro far parte della propria vita.

