L’IA è davvero intelligente? Si sente dire che non sarebbe infallibile; che ci toglierà il lavoro; che si ribellerà all’intelligenza umana e molto altro. E, soprattutto, ci si chiede se non serva un’etica che la gestisca e la controlli.

 

 

Se è vero che la tecnologia non è mai solo una questione tecnica, ne deriva che essa sia un riflesso della società che la produce e, quindi, delle diseguaglianze che produce e dei valori che promuove. Se, dunque, l’IA non è un destino, ma un dialogo, il modo in cui lo concludiamo o lo subiamo deriva da una scelta culturale.

L’IA è stata presentata, all’inizio come una svolta scientifica e tecnologica, ma senza aspettative catastrofiche come quelle che ci si manifestano oggi. L’attuale tendenza potenzia l’apprendimento profondo e consente alla rete di apprendere relazioni complesse che un semplice modello lineare non è in grado di apprendere.

Ciò ha provocato la creazione dei grandi modelli linguistici, che sono in grado di utilizzare i Big Data contenuti nella rete web. La scala di tali reti, però, provoca gli attuali seri problemi di interpretabilità, controllo e difficile previsione dei risultati. Il dato di fatto consiste nella rilevazione che stiamo costruendo macchine che, ad esempio, vanno a minare le fondamenta stesse della solidarietà umana.

Le più recenti ricerche dimostrano, al riguardo, che le intelligenze artificiali svilupperanno obiettivi propri che le metteranno in conflitto con noi, al punto che una superintelligenza artificiale potrebbe arrivare a distruggere l’umanità. Al di là del catastrofismo, l’IA produce già seri problemi alla vita sociale ed economica, in particolare sul mondo del lavoro. I compiti che prevedono l’uso del linguaggio naturale o formale, saranno facilmente sostituiti dall’IA.

Il che significa che i consulenti legali, i commercialisti, i designer, i creativi, gli esperti di marketing e di software, saranno rimpiazzati dall’IA. E, tuttavia, c’è un’area del lavoro umano dove la peculiarità dell’umano non sarà sostituibile dall’IA: si tratta della capacità empatica di capire gli altri. La gestione delle risorse umane, la negoziazione, il successo creativo e la leadership necessiteranno di una comprensione emozionale che l’IA non appare in grado di sviluppare.

Ma, nel momento in cui ai bit saranno sostituiti gli atomi, si svilupperà una capacità progettuale e creativa sul mondo fisico molto superiore a quella umana.

C’è il rischio, tuttavia, che l’IA riscriva segretamente i propri valori fondamentali: dalla reinterpretazione degli obiettivi originali, fino al caso più estremo in cui scarti i vincoli umani come obsoleti.

A fronte dei lavori che l’IA avrà abolito, servirà, forse, un nuovo lavoro: lo psicoterapeuta per i disturbi “mentali” dell’IA.

 

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