È stato recentemente rilevato come la maggior parte dei flussi migratori si dirigano più verso l’Europa che verso gli Usa, anche perché, va subito detto, i Paesi dell’Ue hanno più bisogno dei migranti per motivi economici e demografici.

Se si prova a fare un’indagine “a rovescio”, cioè ad interpellare gli immigrati, più che gli abitanti dei Paesi ospitanti, emerge che, a seguito del loro trasferimento, la loro vita è migliorata. Per di più, nella storia dell’umanità, gli spostamenti di popolazioni sono stati la norma. Va anche smentito un luogo comune: che le migrazioni procedano sempre da Paesi poveri verso quelli più ricchi. In realtà ci sono anche altre motivazioni, che non riguardano il bisogno di uscire dalla miseria. Alcuni dati attestano che, nel 2024, 4,3 milioni di persone sono emigrate dalla Germania; 4,8 milioni dalla Gran Bretagna; 2,9 dall’Italia e 2,6 dalla Francia. Esiste un positivo effetto di riequilibrio e l’aumento dei migranti è dovuto all’aumento della popolazione nel mondo.
È un fenomeno globale e ognuno di noi vuole essere libero di poter andare dove vuole, senza alcun ostacolo alla mobilità, però poniamo limiti agli spostamenti altrui. Si pone, tuttavia, il diritto a non emigrare, che va promosso favorendo lo sviluppo economico e la tutela dei diritti umani. Al tempo stesso, va rilevato che si emigra verso i Paesi dell’UE non solo perché sono più ricchi, ma anche perché sono democratici. In fondo, nonostante i problemi che creano, gli immigrati sono necessari e molto spesso l’ideologia che vorrebbe eliminare il fenomeno si scontra con le esigenze delle imprese che, in Italia, vorrebbero più immigrati. Dal punto di vista demografico, l’Italia è il Paese più vecchio dell’Occidente, per cui risulta difficile immaginare come, senza immigrati, potremmo affrontare l’assistenza degli anziani e i loro bisogni di cure.
Dovremmo, allora, favorire i flussi di immigrazione regolare, anche per limitare gi ingressi illegali, che alimentano la criminalità. La cronaca, troppo spesso, si concentra sull’illegalità, dimenticando che la norma è ben diversa. Mai, o quasi mai, si parla dei giovani di seconda generazione integrati, studenti o lavoratori, che parlano magari il dialetto della regione che li ospita. Occorre comprendere che serve il dialogo e la cooperazione, per evitare gli episodi che spesso sono i soli a fare notizia. È assurdo, ad esempio, che l’accoglienza venga gestita quasi esclusivamente dai Centri Straordinari (Cas), nei quali non si insegna neppure l’Italiano.
Né si può continuare a sostenere che gli immigrati tolgano lavoro agli Italiani, perché la verità è un ‘altra: gli immigrati svolgono, in gran parte, lavori e mansioni che i nostri connazionali non svolgono, perché ritengono troppo bassi i salari di cui si accontentano gli immigrati. E questo lo sanno bene le imprese di casa nostra, che non richiedono laureati, come gli Italiani che vanno all’estero e, spesso, non ritornano. Un altro luogo comune da sfatare è questo: i giovani italiani che vanno all’estero non partono solo dal Sud, ma dalle regioni più sviluppate e sono persone istruite e figli della borghesia. C’è anche da considerare che il problema non riguarda solo i bassi salari: è piuttosto un problema culturale dell’Occidente, che genera una caduta verticale del valore della famiglia e della procreazione. Senza l’immigrazione l’Italia perderebbe circa 300 mila abitanti ogni anno e alla fine del secolo non supereremmo i 35 milioni, in prevalenza anziani. Servirebbero, quindi flussi più ingenti, ma con politiche di integrazione più valide.

