Trent’anni fa l’Europa conobbe di nuovo la guerra, dopo la fine del secondo conflitto mondiale, con la morte di oltre ottomila uomini e ragazzi musulmani, trucidati, inutilmente, dalle milizie serbe e gettati nelle fosse comuni.

Accadde a Srebrenica, in Bosnia Erzegovina, nel 1995 in una vicenda disumana e rappresentò la fine della convivenza di quella che chiamavano “unità e fratellanza”.
E pensare che, quando l’Austria Ungheria occupò quel territorio alla fine dell’800, aveva tollerato la convivenza di musulmani, ortodossi e cattolici, così come pure avvenne nel 1918 nella costituzione della prima Jugoslavia.
Quello che oggi si può affermare è che la guerra in Jugoslavia non fu un rigurgito delle guerre medievali, ma l’anticipo della società attuale, sempre più divisa e violenta.
Il problema della convivenza non è della popolazione, vissuta in pace per decenni, ma della politica, che sfrutta le divisioni etniche e religiose per i propri interessi.
Le attuali vicende del Medio Oriente e lo scontro tra Israeliani e Palestinesi e, in parte, anche la guerra tra Russia e Ucraina hanno le stesse motivazioni.
A livello ideologico, le grandi istanze come “fratellanza e unità”, su cui era stata costruita la Jugoslavia, sono state soppiantate da movimenti religiosi.
E dire che i Paesi balcanici, secondo una recente ricerca, sono quelli con il più alto numero di credenti delle diverse fedi, in proporzione alla popolazione: tra l’ottanta e il novanta per cento in Bosnia.
In quel contesto, il ruolo di un imam o di un prete o di un pope è fondamentale a livello politico. Si fa a gara a marcare il proprio territorio con i segni delle varie fedi religiose perché tutto il resto è identico: la lingua, le tradizioni, le culture.
Se non marchi a livello religioso, le differenze sono molto difficili da individuare.
Il bisogno di differenziarsi è indotto a livello politico: la religione rappresenta il sostituto perfetto che fa sentire protetti nel contesto collettivo.
A Srebrenica, comunque, si registra qualche segnale di inversione e di speranza: è nata la prima squadra di calcio mista, nella quale ragazzi serbi e musulmani giocano insieme, così come suonano nelle stesse rock band, mentre i bambini vanno a scuola tutti insieme, senza divisione di classi.
Solo la fratellanza e l’unità dei popoli, dove non prevalgono né l’etnia, né la religione possono consentire ai popoli di vivere in pace, l’uno accanto all’altro.
Riusciremo a costruire un mondo senza odio, nel quale l’umanità degli individui prevalga sulla retorica della politica?
Srebrenica, trenta anni dopo, ci dice che le guerre portano tutte le stesse conseguenze e fanno cominciare a dubitare che l’Europa sia ancora in grado di garantirci altri cinquanta anni di convivenza pacifica.

