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Perché nel cattolicesimo il mercoledì è dedicato a San Giuseppe? Si tratta di una faccenda complessa ma cercheremo di illustrarla.

 

 

È risaputo che la domenica, il sacro dies della resurrezione di Cristo, veniva solennizzata già dalla Chiesa nascente e che l’imperatore Costantino (†337) la riconobbe come giornata di riposo. Nell’Europa occidentale tuttavia, a partire dal IX sec., si cominciò ad associare ad ogni giorno della settimana un mistero della salvezza, una particolare virtù o un’importante figura biblica. Il primo a proporre uno schema di ciclo liturgico ebdomadario (cioè settimanale) fu probabilmente il monaco Alcuino di York (732-804), autorevole consigliere di Carlo Magno. Per determinati giorni la scelta risultava scontata anche perché si attingeva ad una tradizione davvero antica. Il giovedì non poteva che essere dedicato all’Eucarestia ed il venerdì alla memoria della Passione. La devozione mariana si concentrava poi sul sabato perché soltanto la Vergine aveva conservato la fede nelle promesse divine nel giorno successivo alla morte di Gesù. Il mercoledì invece si ricordava il tradimento di Giuda e questo lo rendeva una giornata a carattere penitenziale, in cui offrire il digiuno e crescere nell’umiltà. La liturgia romana del Mercoledì Santo prevedeva infatti l’Ufficio delle tenebre, in cui si meditava sul terribile complotto ordito dai nemici di Cristo. Al falegname nazareno non era però consacrato alcun dies in particolare ed anche il messale di Pio V (1504-1572) dedicava il mercoledì semplicemente agli apostoli.             

Ciononostante, fra il XVI ed il XVII sec., si fece strada l’idea che San Giuseppe non solo meritasse un proprio giorno settimanale ma anche che tale giorno dovesse essere il sabato, per tenere unita la sua figura a quella di Maria. Questo era almeno il pensiero del celebre predicatore ed agguerrito avversario del luteranesimo Johannes Eck (1486-1543). Un’opinione condivisa da personalità di prim’ordine come i gesuiti Paul de Barry (1587-1661), Jean-Pierre Médaille (1610-1669), János Nádasi (1613-1679) e dal meno noto cappuccino Charles d’Abbeville. Ma le cose presero un’altra piega sul finire del Seicento e nei tempi successivi. Quando Innocenzo XII (1615-1700) invitò la confraternita josefina di Bruxelles a venerare il patrono soprattutto di mercoledì e nel Regno di Napoli si diffuse l’usanza di disporsi alla festa del santo invocandolo nei sette mercoledì precedenti, ecco che l’icona del carpentiere galileo cominciò ad unirsi a questo specifico giorno. La tendenza venne incoraggiata, attraverso indulgenze e messe votive, da papi come Benedetto XIV (1675-1758), Clemente XIII (1693-1769), Clemente XIV (1705-1774) e Pio VII (1742-1823). Una ratificazione ufficiale giunse infine con Leone XIII (1878-1903).

Ma perché proprio il mercoledì? La scelta nacque forse dalla necessità di contrapporre alla figura dell’Iscariota quella di un giusto fedele. Certo, il santo falegname non aveva preso parte agli eventi pasquali ma pure era spirato volgendo gli occhi alla redenzione promessa. Non per nulla la Chiesa lo esalta come Joseph fidelissimus, Giuseppe il fedelissimo. E quale personaggio, meglio di lui, poteva essere contrapposto al traditore? Esiste tuttavia una seconda ipotesi. Più ardua da dimostrare ma non meno affascinante. Nell’antichità classica, il mercoledì era il giorno dedicato al dio Mercurio. Una divinità senza dubbio ambivalente. Per certi versi, prosaica perché proteggeva i commerci, il mercato, il lavoro. Per altri, molto più arcana perché ispiratrice dei sogni e compagna degli spiriti dei morti nel viaggio verso gli inferi. Ebbene le due cose - da una parte il lavoro ed il sostentamento economico e dall’altra i sogni e la morte - non sono proprio gli ambiti cui la Tradizione cristiana riconosce a Giuseppe un patronato? Difficile dirlo ma forse la scelta del mercoledì potrebbe nascondere, almeno nella religiosità popolare, un qualche remotissimo retaggio pagano.            

 

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