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La figura di San Giuseppe è certo essenziale nelle pagine dei vangeli canonici dell’infanzia tuttavia svolge un ruolo da assoluto protagonista nella letteratura apocrifa.

 

I vangeli apocrifi sono testi nati dal sentimento religioso delle prime comunità cristiane in cui delle preziose pagliuzze di verità si mescolano ad un magma di narrazioni mirabolanti quanto pittoresche. Come insegnato dal Concilio di Trento, questi scritti non sono ispirati. Ciononostante, si sbaglierebbe a giudicarli solo come frutto di ingenue fantasie. Molto spesso infatti tali racconti contengono un messaggio simbolico da decifrare. In ogni caso, è doveroso riconoscere il loro profondo influsso in tanti aspetti della Tradizione cristiana, come la liturgia, la predicazione, l’iconografia o la devozione popolare. Opere come il Protovangelo di Giacomo (II sec.), il Vangelo dello Pseudo-Matteo (VII-VIII sec.), il Libro della Natività di Maria (IX sec.), il Vangelo arabo dell’infanzia (VI-VII sec.), il Vangelo dello Pseudo-Tommaso (II sec.) o il Vangelo degli Armeni (VI sec.) molto ci dicono sulla nascita e la fanciullezza della Vergine, sui suoi santi genitori ed ovviamente su Giuseppe, sul suo sposalizio, sulla fuga in Egitto e sui lunghi anni della “vita nascosta” di Gesù.

Vorremmo ora riflettere in merito ad un argomento specifico: Giuseppe ebbe dei propri figli? Stando ad alcuni dei testi sopra citati, il santo carpentiere si sarebbe sposato con una donna di nome Meleha (o Escha) quando aveva circa quarant’anni. Da questo primo matrimonio il falegname nazareno avrebbe avuto quattro figli e due figlie, chiamati Giuda, Giuseppe, Giacomo, Simone, Lisia (o Assia) e Lidia. Poi, ormai anziano, sarebbe rimasto vedovo e solo allora venne prescelto dal cielo come sposo-custode di Maria. Quanto è fondata questa tradizione? Alcune Chiese Orientali la accolgono pacificamente. Tuttavia, essa sembra elaborata per offrire una risposta concreta all’annosa questione dei “fratelli e sorelle di Gesù” cui si accenna in alcuni passi evangelici. Inoltre, il presentare Giuseppe come un vegliardo era un’ulteriore conferma del concepimento verginale da parte di Maria. Una verità sempre attaccata, anche con accuse oltraggiose, dai giudei e dai pagani (il Discorso Vero del filosofo Celso è fin troppo chiaro a tal proposito).

Comunque sia, è risaputo il lapidario giudizio di Gerolamo che definiva certi racconti apocrifi come un “delirio”. Il santo di Stridone, esperto conoscitore delle Scritture, riconobbe nei cosiddetti “fratelli di Gesù” non dei veri figli di Giuseppe ma piuttosto dei semplici membri del suo clan familiare, dunque parenti in genere del Salvatore. Questa linea venne accolta, in maniera ufficiale, dal cattolicesimo che infatti esalta Giuseppe come sposo castissimo della Vergine. Dopo tutto, per comprendere appieno il tema, è necessario risalire al mondo semitico ed al panorama linguistico-sociale che lo contraddistingueva. In aramaico il termine ʼahaʼ/ʼah può indicare sì il fratello di sangue ma anche il cugino, il nipote, l’amico o l’alleato. Nel vocabolario del Nuovo Testamento quindi l’espressione “fratelli del Signore” designa un gruppo preciso, quello dei giudeo-cristiani legati al casato nazaretano cui Giuseppe e Gesù appartenevano

 

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