Nei giorni scorsi abbiamo già notato come il calendario copto stabilisca la memoria del transito di San Giuseppe per il 26 del mese di Abîb o Epep (una data corrispondente al nostro 2 agosto). Tale mese rappresentava un momento cruciale per la stagione dello Shemu, cioè delle “acque basse”, il periodo in cui il Nilo, ritirandosi, permetteva agli antichi egizi di finire la mietitura e completare il raccolto. 

Il medesimo calendario contempla poi per il 24 di Pashons (il nostro 1 giugno) la festa dell’arrivo della Santa Famiglia in Egitto. Effettivamente i copti, considerando a buon diritto il proprio paese come una seconda Terra Santa, nutrono una speciale devozione verso il carpentiere nazareno. Dopo tutto, fu lui a guidare e proteggere la Vergine ed il neonato Gesù durante la fuga ed il lungo soggiorno nel territorio egiziano.

Le cose cambiano tuttavia se dall’Egitto ci si sposta nell’area greco-bizantina. Qui il più celebre testimone dell’anno liturgico è il Menologio di Basilio II, conservato presso la Biblioteca Vaticana. Un menologio è infatti un calendario che presenta delle brevi agiografie dei santi di volta in volta celebrati o appunti di carattere storico sull’istituzione di una determinata cerimonia. Nello specifico, quello cui stiamo facendo riferimento venne compilato da Simeone Metafraste per l’imperatore Basilio II Bulgaroctono e risale all’anno 985 ca. Ebbene, questo documento non cita alcuna specifica festa dedicata a San Giuseppe. Ne fissa semplicemente la commemorazione, insieme ai Santi Magi, per il giorno stesso di Natale e contempla il ricordo della fuga in Egitto per il giorno successivo. La cosa potrebbe lasciare, a prima vista, interdetti. Eppure non c’è da stupirsi più di tanto. Ancora oggi il calendario greco-bizantino prevede, nella domenica precedente al Natale, la memoria dei Santi Antenati di Cristo, ricorrenza consacrata all’intero albero genealogico del Salvatore, da Abramo a Giuseppe. Mentre, nella domenica successiva al Natale, il santo falegname viene ricordato insieme al re Davide e all’apostolo Giacomo il minore, primo vescovo di Gerusalemme, a volte chiamato “fratello del Signore”. È facile notare dunque come la liturgia bizantina non solo includa il ricordo di Giuseppe nel tempo natalizio ma lo associ sempre ad altre figure bibliche. L’intento è quello di esaltare, con il suo personaggio, anche il suo casato, la sua stirpe: quella radice di Jesse, quel seme di Abramo, nel quale il Verbo divino, facendosi uomo, volle innestarsi. Si stabilisce altresì, in tal modo, una perfetta continuità tra i giusti dell’Antico Testamento, cui Dio fece le sue promesse, ed i santi della Chiesa che quelle promesse videro realizzarsi.

Le medesime considerazioni è possibile fare per i greco-cattolici ucraini (volgarmente detti “uniati”) che celebrano una festa della Madre di Dio e di San Giuseppe il 26 dicembre e per i caldei che ricordano il nostro santo nella domenica precedente al Natale. In entrambi i casi però si tratterebbe di una “latinizzazione”, cioè di feste introdotte presso queste Chiese Orientali in seguito all’influenza della Chiesa di Roma.                                    

 

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