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Nel 100° anniversario della salita al cielo della Venerabile Luigia Mazzotta, la parrocchia del Sacro Cuore di Lecce - dove le sue spoglie mortali sono conservate - indice un triduo di preghiera e di riflessione che culminerà nella messa del 21 maggio presieduta dall’arcivescovo Michele Seccia.

 

 

 

«Insieme a San Filippo Smaldone, al Venerabile Frà Ghezzi e ai Servi di Dio Madre Santina De Pascali, don Ugo De Blasi, mons. Nicola Riezzo, la Venerabile Luigia, giovane laica, è per noi la santa che prega per la città, per la Chiesa di Lecce e soprattutto per le giovani generazioni».

In questi termini si esprimeva Mons. Cosmo Francesco Ruppi il 21 maggio 2008, a pochi mesi di distanza dalla proclamazione di venerabilità della Serva di Dio Luigia Mazzotta.

Dalla lettura delle varie biografie di Luigia, comprendiamo che alla sua formazione spirituale non fu estranea la presenza dei Gesuiti, tradizionalmente attivi nella nostra città (Padre Barrella fu il suo primo padre spirituale, Padre Lopez il secondo).

La spiritualità ignaziana in effetti, anche al di fuori della Compagnia di Gesù, ha dato vita a schiere di anime sante e missionarie.

La Rivoluzione Francese e poi il Risorgimento anticlericale - con la persecuzione della Chiesa e dei cattolici - avevano spazzato via anche da Lecce tanti ordini monastici e tante case religiose (si pensi ai Celestini…). Ma i gesuiti in qualche modo avevano resistito e non portarono che bene alla Città.

Quell’aria sana e santa ancora si respirava nel popolino di Lecce agli albori del XX secolo, quando Luigia Mazzotta veniva alla luce. Nacque il 9 luglio 1990 in via Maglie n. 12 (oggi via Leuca), da Aurelio Mazzotta e Raffaella Tornese, detta «Fea».

Il padre era muratore e «cavapietre», ma si adattava a fare ogni lavoretto che procurasse qualche entrata. La povera casa (in affitto) consisteva in un’unica camera di pochi metri quadrati (5X5).

Non a caso faceva parte di un complesso di casette chiamate «case minime», come in parte ancora adesso si può vedere in via Leuca, lì dove è posta la cappella a Lei dedicata in quella che fu la sua stanza-casa natale.

Sul retro un piccolo giardinetto, il classico «ortale», come una volta si diceva… Questo era tutto e qui si faceva tutto: si mangiava, si dormiva, si viveva… in una stanza!

Qui - nella povertà estrema - nacque Luigia, che fin da subito conobbe nel suo corpicino i segni della sofferenza e della malattia: asma, tubercolosi, lupus

Ci sono santi di cui, pur nelle virtù della modestia e dell’umiltà, si ricordano le grandi imprese: viaggi apostolici, animazione spirituale di città e nazioni, miracoli straordinari…

Ce ne sono altri, però, la cui unica “grandezza” è la gioiosa accettazione della volontà di Dio: nella croce personale, accompagnata dalla preghiera, dalla devozione all’Eucarestia, dall’obbedienza al Padre spirituale.

Padre Gregorio D’Ostuni, nel suo libro sulla Venerabile pubblicato nel 1988, arriva a concludere che quando Luigia aveva 17 anni «Non c’era più una parte sana nel suo corpo».

E mancavano ancora cinque anni alla sua morte: cinque anni di dolori e di sofferenze cristianamente accolte, ma che spesso non le consentivano neppure di riposare nel suo lettuccio, tanto che doveva sedersi sull’uscio di casa per provare a respirare. Così la sua infermità diveniva pubblica.

Altri cinque anni di sofferenze, fino ad arrivare al mese di marzo 1922, quando la mamma, la «Fea», le comunicò ad un tratto che nell’ortale la sua piantina di giglio – simbolo della purezza – era finalmente spuntata dal terreno. “Quando il giglio fiorirà – aveva detto Luigia - io morirò”.

Morì alle ore 15, di domenica 21 maggio 1922, giusto un secolo fa, ad appena 22 anni.

Il vescovo di allora, mons. Gennaro Trama, insieme a una folla di popolo, venne subito a visitare la salma.

In quel momento uno zio comunicava che il giglio si era completamente dischiuso, proprio come Luigia aveva predetto…

 

 

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