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Non c’è volta che non si coglie l’occasione per parlare del fenomeno del momento: le reti. sociali naturalmente.

 

 

I dibattiti avvengono per attenuare o cancellare l’impressione che, invadendo molto spazio del nostro quotidiano, sembrano sottrarcelo a piene mani e che, quindi, ci rubino tempo prezioso. Quelle informatiche sarebbero colpevoli di innescare un sistema comunicativo pericoloso.

Prima di districarci nei meandri delle opinioni in merito, giuste o sbagliate che siano, inoltriamoci nella consueta foresta lessicale dove troviamo che il sostantivo latino rete, rimasto invariato in italiano, è arcaico.

Intanto osservo che l’idea della rete rimanda alle mani che annodano fili. Da tempo immemore simboleggiano un certo dinamismo. Poi che un intrigo di quelli è capace, per esempio, di tenere a posto i capelli: la retina, usata dalle donne del passato per acconciarsi il capo. Accentando la “e”, la rètina indica la membrana dell’occhio in cui si intrecciano i vasi sanguigni. Insomma tutto ciò che contiene una trama aggrovigliata destinata a tenere insieme solidi oppure immagini, come accade nella fotoincisione, nella fotografia o nelle arti grafiche, viene detta rete. Se alcune reti hanno corporeità come quella dello sport (calcio, pallavolo, pallanuoto, ecc.), del letto o le calze a rete, la rete televisiva, quella telefonica o elettrica, altre sono immateriali, bisogna immaginarle come la rete di distribuzione in senso lato.

Cambiamo genere di intreccio. Nelle scene di caccia, trattate dalla letteratura antica e dai mosaicisti di epoca romana, le reti - adoperate per catturare cinghiali, cervi, caprioli - costituiscono il corredo del cacciatore professionista insieme alle frecce e la picca. Egli così allena il senso della riflessione e della resistenza, dell’audacia e della prodezza nell’affrontare gli animali, alcuni dei quali si rivelano prede non facili. Senofonte cita almeno tre tipi di reti, ciascuna con misure e caratteristiche proprie.

Nella poesia classica la rete si associa all’amore, al desiderio amoroso. «La caccia - osserva Nicola Gandini in Le 10 parole latine – fa da simbolica rappresentazione dell’innamoramento stesso». In tal senso viene adoperata da Dante sul finire del Purgatorio. Molte metafore sulla rete si trovano nelle opere classiche come le Metamorfosi e l’Ars amatoria di Ovidio e l’Odissea di Omero.

L’archetipo della rete è realizzato dal ragno: è la tela, opera artistica per eccellenza. Plutarco, incantato, ne descrive la precisione del filo, l’assenza di discontinuità nell’ordito, la compattezza dovuta alla presenza di una sostanza vischiosa invisibilmente mescolata e alla colorazione superficiale che dona alla tela un aspetto trasparente come l’aria. (Gardini)

Penso che, per guardare al mondo delle reti sociali informatiche con occhi benevoli, dovremmo immaginarle al centro di una tela i cui fili che la compongono siano come conduttori di saperi, di scambi di informazioni indirizzate ai singoli e ad organizzazioni di individui. Del resto la struttura dei sistemi informatici è piena di suggerimenti, di richiami, di rimandi che, presi nella giusta misura, rappresentano un supporto valido. Una risorsa. Si tratta di accettare il fatto che siamo a un punto di svolta e che la storia cammina su percorsi che non conducono secondo le nostre soggettive intenzioni.

L’attuale stato pandemico ha tolto tanti veli ammassati malamente su settori “chiave” in cui si muove la società, mostrandone un’antica consolidata marcescenza. Tra i tanti in cui si sente la necessità di un intervento dinamico e di investire a piene mani, figura l’educazione ossia la scuola nella sua ampia articolazione. Un suggerimento a più voci indica di provvedere senza ritardi all’arricchimento culturale e a quello digitale senza i quali l’apprendimento è rallentato e si ripercuote, negativamente, sullo sviluppo cognitivo-emozionale degli scolari (soprattutto quelli più piccoli).

«Ripensiamo la scuola - dichiara la sociologa Chiara Saracino - come centro di una rete, facciamola collaborare con associazioni culturali, teatri sociali». Facciamola uscire dalle aule, suggerisco io, apriamola ai quartieri, portiamola nei musei, nelle botteghe artigianali, negli orti botanici, nelle strade della propria città perché si veda dal vivo il patrimonio edilizio e il tessuto socio-economico.

Mi spiego meglio. Forniamo strumenti digitali, ma associamoli pure al lato umano della Rete: per esempio a quella solidale che in questi giorni pandemici sta recuperando le eccedenze alimentari. Così non ci sentiremo esclusivamente prede intrappolate tra le sue maglie, ma noi i cacciatori: di contatti, di scambi, di spunti, di progettualità, di riflessioni e pure di immagini e…di sogni!

 

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