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Il 17 dicembre 1670, giorno di mercoledì, all’età di 75 anni moriva in Lecce il «Vescovo Aloisio Pappacoda, cavaliere napoletano, gran letterato e dottore dell’una e dell’altra legge […] Fu uomo zelante della disciplina ecclesiastica anzi rigido»; ma soprattutto fu un prelato «amato e temuto».

 

 

 

 

Così annotava Giuseppe Cino, ingegnere leccese, nelle sue Memorie (1656-1719). Di lui fu scritto, anche, che era disposto a vendere la sua mitria per la difesa della sua Chiesa. E in realtà così si rivelò in diverse occasioni, magari dando l’impressione di essere come un leone rampante, simile a quello che, mentre si morde la coda, campeggia sul suo stemma, collocato ben in vista sulla «sua» cattedrale.

Il suo trapasso avvenne «senza sacramenti poi che nessuno ardiva di dirgli che era vicina la morte […]. A dì 18 detto si fecero li funerali e alli 19 fu sepolto sotto alla Madonna della Scala […]; vi fu horatione funebre recitata dal padre Strozzi gesuita» (M. Paone).

Nato a Pisciotta (Salerno) nel Cilento il 20 settembre 1595 era figlio primogenito del marchese Cesare e di Aurelia della Marra. All’età di 24 anni si reca a Roma per intraprendere il percorso curiale, ottenendo «l’ufficio di Referendario delle due Signature», che interrompe il 12 febbraio 1635 con la nomina a vescovo di Capaccio. Dopo appena quattro anni, il 30 maggio 1639 lascia, all’età di 44 anni, la diocesi caputaquense per trasferirsi a Lecce, una «città posta geograficamente all’altro capo del Regno». Governò la diocesi per 31 anni, sino alla morte.

La nuova sede episcopale appariva caratterizzata «dall’evidente debolezza del potere vescovile e dalla persistente disordinata pletoricità di un clero secolare su molti versanti non disciplinato». Il nuovo, peraltro, incontrò le «nuove realtà che la città cominciava a registrare nel passaggio dalla condizione di città laicamente “fedelissima” allo stato spagnolo -tanto da pretendere il riconoscimento di “seconda città del Regno”, dopo la capitale - a quello di città-chiesa».

Per una pura coincidenza, quattordici anni prima della sua morte, esattamente il 17 dicembre del 1656 era solennemente «introdotta» in Lecce la tela «della nuova immagine di S. Oronzio dipinta di Andrea Coppola di Gallipoli, medico, musico ed eccellente pittore (…) con grande dimostrazione di reverenza e di culto, e con grande avidità della città tutta, e dei popoli» (Rivelazioni dell’Aschinia).

E soprattutto alla diffusione del culto di Sant’Oronzo è legata la figura del Lupiensium Pontifex (come ancora oggi si legge nell’epigrafe dedicatoria posta in un cartiglio angolare della cattedrale). In armonia con questa politica religiosa, inserita in un programma assai più vasto conosciuto come «pietrificazione della ricchezza», il 25 agosto 1656 «sacrò e battezzò» Porta Rudiae con il nome di S. Oronzo, facendo diventare, di fatto, le mura urbiche delle «mura spirituali» che definivano, prima ancora di difendere, la Lecce Sacra, secondo la denominazione dell’Infantino (1634).

Si spera che in un futuro prossimo, in tempi più sereni, si possa organizzare una giornata di studio che ne aggiorni la figura e ne ricordi l’attività episcopale.

 

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