0
0
0
s2sdefault

Correva l’anno 1884, quando l’Italia fu invasa dall’epidemia del colera che aveva colpito soprattutto la città di Napoli, ma non aveva risparmiato nessuna parte d’Italia, invadendo, a macchia di leopardo, l’intera Penisola.

 

 

I periodici dell’epoca ne diedero ampio risalto e, tra questi, anche un giornale salentino che, il 20 settembre del 1884, uscì ricordando ai suoi lettori proprio tale grave situazione. Si trattava del periodico leccese di ispirazione politica moderata, L’Ordine. Corriere Salentino. Il giornale, antesignano del primo organo d’informazione cattolico della Curia leccese, ebbe l’idea di pubblicare un Rapporto del Duca Monteiasi del 1837, che fornì il decano dei medici salentini, dott. Raffaele D’Arpe, il quale dal 1835 sempre fece parte della Commissione di sanità incaricata di impedire il diffondersi del contagioso morbo nella nostra terra.

Il Rapporto che il Duca Monteiasi scriveva al Ministro dell’interno dell’epoca presenta molte analogie con la situazione pandemica attuale e come fu fonte di ispirazione per impedire il propagarsi del contagio in Terra d’Otranto nell’esplosione del colera del 1884, potrà essere utile ancor oggi, a quasi due secoli di distanza, per la lucidità dell’analisi e la capacità di reazione all’epidemia.

Il documento prendeva le mosse dalle lamentele della Provincia di Bari, la quale scriveva al Governo centrale che la Provincia di Terra d’Otranto non intendeva assumersi il carico di ospitare nei suoi lazzaretti i contagiati provenienti da quelle terre e, inoltre, accusava l’Intendente della provincia salentina di aver adoperato misure così restrittive che avrebbero impedito lo sviluppo del commercio e fatto ristagnare l’economia del Regno.

La risposta del Duca non si fece attendere e l’analisi contenuta è di sopraffina intelligenza. Scriveva il Monteiasi: “Se la provincia di Bari è infetta e questa [la terra d’Otranto] non lo è…sarebbe distrutta la riserva se sul territorio sano fossero ammesse le provenienze infette appena giunte, se non dopo sei giorni di esperimento”. In pratica, il Duca affermava che egli non rifiutava gli ammalati provenienti da Bari, ma pretendeva per loro un tempo di quarantena (6 giorni) prima di garantirne l’accesso. Inoltre, il Duca insisteva nel ritenere ingiusto ammettere in una terra sana dei focolai del morbo, minacciando persino le dimissioni: “Troverei le irresistibili e dico pure fondatissime ripugnanze di ogni popolazione per acconsentire ad accogliere spontaneamente il colera nelle proprie mura, mentre la provvidenza le vuole tuttavia salve. Pria perciò di permettermi un attentato di una simil natura a danno di centinaia di migliaia di sudditi del Re… affidati alle mie cure, invocherei supplicemente al di lui piedi la mia dimissione”.

Il Duca veniva poi ad elencare le misure prese per impedire la diffusione del contagio, ricalcando la necessità dell’attuale distanziamento sociale, senza esitazione: “Il sequestrare e confinare questa malattia, sopra tutto quando è dispersa sulla superficie del Regno… non sarebbe difficile, se lasciando ormai ogni esitazione si cercasse ovunque di soffocarla sul nascere, sia isolando i singoli casi… sia isolando i paesi infetti dai sani”.

Tale azione doveva avvenire usando tre semplici mezzi. Il primo è la limitazione della circolazione, tramite certificazione: “stabilire in tutto il Regno il sistema di non potersi viaggiare da un luogo all’altro senza una bolletta sanitaria”.

Il secondo riguardava la necessità di far rispettare le regole di igiene sanitaria, senza che vangano dileggiate o trascurate: “richiamare nel di lui pieno vigore lo Statuto sanitario del Regno scritto dal buon senso di sapienza innata di Ferdinando I; onde cessino di aversi a dileggio ed a stolta non curanza l’osservazione delle pratiche sanzionate da esso”.

Il terzo concerneva il compito di assegnare agli Intendenti zonali l’applicazione delle norme, adattandole alla situazione territoriale snellendo la burocrazia: “E infine si confidino poteri a quelli amministratori nelle di cui mani sia permesso affidarli; affinché provveggano ai casi a seconda delle circostanze, sempre però fra il confine delle leggi e senza solo quel perenne circuire degli uffici, che può dirsi il vero imbarazzo del bene”.

Stupenda è, infine, la conclusione del Rapporto del Duca, che, contrastando le accuse della Provincia barese, rileva come “Né frastorni, Eccellenza, la idea di arrecare con ciò inceppi al commercio”. Infatti, conclude il Duca: “il ristagno lo fa il colera non le misure sanitarie”.

Infine, il medesimo Duca ricorda che le misure indicate furono adoperate anche “200 anni or sono” quando il Regno visse il dramma della peste.

Siamo ormai nel 2020, cambiano i nomi delle epidemie, ma non mutano le misure di sicurezza. Soltanto che, probabilmente, oggi le incertezze politiche sono più gravi di quelle del passato, dove chi decideva aveva ben chiaro come affrontare il male e qualche Intendente provinciale più avveduto riusciva a impedire la diffusione del contagio con la fermezza del dirigente, l’amore per il territorio servito e la capacità di saper coniugare emergenza sanitaria e crisi economica.

 

 

Scuola Diocesana di formazione teologica