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Siamo circondati da decine e decine di segni: molte volte comuni e facilmente individuabili, altre volte da decrittare; alcune altre inattesi, che ci giungono da lontano: benvoluti o inquietanti; altre volte ancora immediatamente comprensibili o rimasti sospesi e poi sfumati del tutto, col loro intatto significato nascosto.

 

 

È proprio questo molteplice carattere, chiaro, sfuggente, ambiguo a caratterizzare molti segni che spesso l’uomo non cerca, ma che si trova a decodificare suo malgrado.

Il bisillabo signum, di origine latina, è un generatore prolifico di brevi ma significative espressioni (buon segno, il segno più, il segno meno, ecc.), di necessari derivati (insegna, disegno, assegno, ecc.), di illuminanti verbi (segnalare, insegnare, assegnare, ecc.).

Siccome il segno è una sorta di marchio, siccome è visibile, difficilmente si riesce a nascondere o a ignorare: è la prova inequivocabile che c’è stato un fatto che l’ha provocato o da cui deriva. È una conseguenza.

Senza lambiccarsi il cervello o fare appello a princìpi filosofici, una cicatrice dice che c’è stata di certo una ferita - deduce Cicerone -, così come la polvere sui sandali dice che, quasi certamente, si è fatto un pezzo di strada. O, se vediamo il fumo - continua il filosofo latino -, capiamo che là sotto c’è il fuoco o, vedendo una traccia, aggiunge Agostino (354-430, vescovo d’Ippona, filosofo, polemista e scrittore, meglio conosciuto come santo), pensiamo che sia passato un animale di cui quella è la traccia. Elementare!

Per i latini, questi fantastici nostri predecessori, signum aveva poi valore di “sintomo”, strettamente legato ai casi di malattia. Per la circostanza, anziché lasciarlo sostare esclusivamente entro i confini della medicina, lo liberiamo per affiancarlo ai comportamenti adottati in questo tempo attuale da molti nostri simili.

Come dato di partenza consideriamo i segni creati che, diversi da quelli spontanei, per definizione nascono dalla volontà umana. Questi, secondo il citato Agostino, sono certi segni (signa data) [inventati dall’uomo] al fine di manifestare i sentimenti e i pensieri; insomma per esprimere pubblicamente la propria interiorità.

Nella fattispecie il riferimento è indirizzato a «vocaboli o immagini che soddisfano le esigenze della comunità» ossia alle parole e alla scrittura (meglio quest’ultima che rimane rispetto alle parole che svaniscono) con cui comunichiamo il proprio pensiero.

Interrompo qui l’affascinante illustrazione di Nicola Gardini (tratta da Le 10 parole latine) in merito ai diversi segni latini e alla capacità di mettere in relazione, per esempio, signum col petrarchismo e la semiotica o di soffermarsi sulla diversità di significato dei segni scritti (le lettere) contemplati dall’alfabeto greco o in quello latino. O, ancora, in merito all’osservazione, per nulla banale e, talvolta sconosciuta anche da chi li ha, che anche gli animali inviano segni quando scuotono la coda, cantano, gonfiano le piume e così via.

Riepilogando e sintetizzando, segnum è traccia, indizio, prova, segnale, sigillo. Ciascuna di queste voci porta dritto a quello che è sotto gli occhi di tutti nelle vie della propria città di residenza (Lecce, per esempio) e, quindi, nei parchi (in uno dei quali è scaturita questa osservazione di chi scrive) dove stride l’effetto di: carte, fazzoletti, cicche di sigarette, grata e vinci, pacchetti di smorzafame gettati a terra insieme a escrementi di animali da compagnia non raccolti. In un contesto pulito e ordinato! Dotato di cestini portarifiuti!

Fuori dal parco urbano, come segno di una cattiva abitudine di recente costituzione troviamo le bottiglie o le lattine di birra o i bicchieri di plastica con cannuccia, in ogni dove, mentre, come segno adottato in seguito alla recentissima pandemia, sono le mascherine lasciate in giro scriteriatamente.

Di fronte a questi segni diversi, ma riconducibili a un’unica matrice, non c’è bisogno di accertare la verità, come la invocava Cicerone: appartengono a persone incivili, noncuranti, indifferenti, che conoscono il disinteresse verso un bene comune, non hanno il senso dell’ordine e della tutela, ignorano il significato della salvaguardia e non hanno mai sentito parlare di effetto serra, di riscaldamento del pianeta e via ricordando.

Non nutrono nemmeno il sentimento della solidarietà verso chi pulisce e si prende cura dell’ambiente in cui essi stessi vivono. Non partecipano all’invito-incoraggiamento di cambiare i comportamenti e le (cattive) abitudini che sono alla base dell’idea di futuro. Figuriamoci! In fondo non è impossibile cambiare le cose. Ma con questi intoppi insormontabili, quanta fatica! E che costante arretratezza con comunità più avanzate!

 

Scuola Diocesana di formazione teologica