Si conclude oggi a Pisciotta, il paese natale, il convegno di studi sulla figura del vescovo di Lecce, Luigi Pappacoda. Ad aprire l’odierna sessione la concelebrazione eucaristica presieduta dall’arcivescovo Angelo Raffaele Panzetta. Nell’occasione Portalecce pubblica il terzo e ultimo contributo di don Michele Giannone.

“Il 17 dicembre 1670 passava a miglior vita il “gran Luigi”. In un’anonima Cronica manoscritta trovata dietro una copia della Lecce Sacra di Giulio Cesare Infantino custodita presso la Biblioteca provinciale di Lecce si legge: «Addì 17 dicembre 1670 morse Luigi Pappacoda vescovo di Lecce il quale morse per una piaga venutali nella verga e ogni giorno faceva consulte con medici né mai volse fare rimedij onde morse senza sacramenti poi che nessuno ardiva di dirgli che era vicina la morte […]. A dì 18 detto si fecero li funerali e alli 19 fu sepolto sotto alla Madonna della Scala [nella Cripta nella cattedrale, ndr] senza tumolo senza eseque furono grandi, vestito pontificale fu portato per la città; vi fu horatione funebre recitata dal Padre Strozzi gesuita».
Al lato destro dell’altare di Sant’Oronzo del cui culto e patronato il Pappacoda fu grande promotore, i canonici Bernardino e Ignazio Belli gli eressero una memoria epigrafica che bene ne tratteggia la personalità. Essa recita così:
ALOYSIO PAPPACODA EQUITI NEAP(OLITANI) AUCTORITATIS
ECCLESIASTICAE VINDICI PRAESTANTISSIMO, QUI PER
UNUM SUPRA TRICESIMUM ANNU(M) LYCIENSI TIARAE
PRAESIDENS, IUSTITIAE DURITIEM PIETATIS LENITATI
INDELIBATO FOEDERE COPULANS, EO NOMINIS INCULPA-
TI PERVENIT UT IPSOMET OBTRECTATORUM CALCULO
NIL HABUERIT IN QUO SORDIUM CADERET SUSPICIO,
AN(NO) MDCLXX, KAL(ENDAS) IAN(UARIAS) XVII [sic] MORTALITATEM EXPLEVIT,
OCTUAGENARIUS PENE OCCUBUIT. TU SI AETATEM AD VIR-
TUTU(M) RATIONEM AESTIMAVERIS DIUTURNAM DICES,
SI AD VOTA SUBDITORU(M) PRAECOCE(M) COLLACHRYMABIS.
IN AMORIS IGITUR SYMBOLUM
BERNARDINUS ET IGNATIUS BELLI
GENERE NOBILES, DIGNITATE CANONICI,
EX ANIMO POSUERE.
Vale a dire: A Luigi Pappacoda, cavaliere napoletano, difensore eccellentissimo dell’autorità ecclesiastica, il quale custodendo per 31 anni la tiara leccese, unendo in illibato connubio la fermezza della giustizia con la dolcezza dell’indulgenza, pervenne a tal punto di irreprensibilità che secondo lo stesso giudizio dei detrattori non ebbe niente in cui cadesse il sospetto di bassezze. Nell’anno 1670, il 16 [sic] dicembre terminò la (sua) vita mortale. Morì quasi ottuagenario. Tu, se giudicherai la (sua) età in ragione della virtù, dirai che (fu) lunga, se (la giudicherai) dai desideri dei sudditi (la) piangerai come prematura. Dunque, come segno d’amore Bernardino e Ignazio Belli, nobili di famiglia, canonici di dignità, posero di cuore (questa lapide).
E nelle sue Memorie, Giuseppe Cino, riportando la notizia della morte, chiosa iperbolicamente «questo prelato era amato e temuto e nella sua morte fu pianto da tutta l’Italia».


