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Restaurata da Adriana Falco, nei giorni scorsi è stata ricollocata al suo posto, presso il primo altare a sinistra della Cattedrale di Lecce, la tela di S. Liborio.

Secondo fonti antiche, Liborio fu il quarto vescovo di Le Mans in Francia. Durante il suo lungo episcopato (348-397) si distinse per le opere di carità e per l’attività evangelizzatrice, ordinando 217 sacerdoti e 186 diaconi. Il suo culto ebbe ampia diffusione nel Medioevo come protettore dai terribili dolori della calcolosi renale, poiché, secondo la tradizione, mentre esercitava il suo ministero aveva guarito un povero fedele dal doloroso male, facendogli espellere le taglienti pietruzze dai reni.

Proprio in ringraziamento per tale protezione, il nobile leccese Onofrio Manesi, canonico del Capitolo e poi vescovo di Bisignano in Calabria, eresse l’altare al santo vescovo, disponendo nel testamento, rogato nel 1676 per notaio Giovanni Tommaso Tangolo, che, con il ricavato della vendita del suo corredo, il canonico Giuseppe Cutrino facesse dorare l’altare e ponesse una memoria epigrafica, opere che furono realizzate nel 1682, primo anno dell’episcopato di Michele Pignatelli.

La tela, incassata nel primo ordine della ricercata macchina d’altare attribuita allo scalpello di Giuseppe Zimbalo, presenta il santo in abiti pontificali con la destra benedicente e con la sinistra che stringe il baculo capricciosamente arricciato in sommità.

Dovizia di particolari è profusa nella raffigurazione del camice con le maniche plissettate orlate da un fine merletto e del piviale rosso damascato con lo stolone animato da immagini di santi ed elementi fitomorfi. L’opulenza dei sacri paludamenti, che corrisponde al proposito della Chiesa postridentina di rapire i sensi ed infervorare gli animi, è ancor più esaltata dal fascio di luce che dal basso illumina l’estatica figura del santo, evidenziandone peraltro la lunga barba argentea e lo sguardo rivolto verso l’alto.

Il dipinto, ancora alla ricerca di paternità, è sicuramente opera di un informato quanto dotato pittore.

Una postilla conclusiva: rimossa la tela per il restauro, sulla parete retrostante sono venute alla luce alcune iscrizioni, la sigla “SAI” e la firma “Io Oronzio Garra/pa di / Lecce”, la prima delle quali è ancora insoluta e la seconda rinvia ad un personaggio sconosciuto e ad un intervento non meglio precisato. Ricerche d’archivio permetteranno forse di risolvere in futuro questa intrigante curiosità.

 

 

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