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Per comprendere che cos’è la prudenza in senso filosofico è bene partire dal libro VI dell’Etica Nicomachea di Aristotele.

 

 

Per cogliere la natura della prudenza, osserva il filosofo, occorre considerare la natura di coloro che comunemente riteniamo prudenti, le qualità morali e intellettuali che attribuiamo alle persone che ci sembrano incarnare tale virtù. Pur essendo un’attitudine che si acquisisce col tempo e che va costantemente allenata, la prudenza fa leva su alcune qualità ausiliarie per Aristotele naturali: la perspicacia, la capacità di giudicare criticamente le opinioni nostre e altrui in campo morale; la comprensione che ci permette di capire come muoversi in situazioni di incertezza; la conoscenza intuitiva sia dei principi morali sia dei termini relativi alla loro applicazione.

Prudenza è l’attitudine a deliberare correttamente su ciò che, nelle situazioni concrete in cui ci si trova ad operare, è utile alla vita nostra e altrui” Aristotele, Etica Nicomachea, Libro VI

Gli ambiti di applicazione della prudenza sono per Aristotele essenzialmente due: la politica e l’educazione. Proviamo a verificare se, in questo periodo di emergenza, questa virtù ha qualcosa da suggerirci.

L’emergenza ha prodotto una forte compressione dei nostri diritti: di circolazione, di riunione, di privacy, di famiglia, di culto, di libera impresa, in parte anche di istruzione. È stato il diritto alla salute, il solo che la Costituzione definisce in modo esplicito fondamentale, a giustificare tale contrazione, nel nome di un fondamentale diritto alla vita. Fatte salve le basi costituzionali e legislative, la forma adottata dal Governo per gestire l’emergenza è stata quella del decreto, per Aristotele «il termine ultimo di una deliberazione». Non entriamo nel merito, non ci compete. Ma colpisce che sul piano della giurisprudenza il criterio per valutare tali atti sia la loro ragionevolezza: le misure adottate sono adeguate e proporzionali per far fronte all’emergenza in corso e giustificare la limitazione di diritti fondamentali? Nei termini di Aristotele è una duplice questione di prudenza. Di prudenza legislativa: è stata in grado la legge di definire un quadro normativo coerente? E di prudenza politica: i provvedimenti del Governo sono stati capaci di stabilire mezzi, tempi, modi proporzionali e adeguati al caso di eccezione?

Nell’emergenza, la scuola è stata capace di grande slancio. Nel desiderio di fare la sua parte, di ricucire lo strappo, non ha esitato a ripartire dal basso, in modo spontaneo e solidale. La dad si è imposta come il solo strumento in grado di garantire il diritto all’istruzione. È stata usata con prudenza? Senza ombra di dubbio l’emergenza ha prodotto esperienze e dato indicazioni di grande prudenza educativa, di un uso prudente dello smart teaching: consapevolezza che la dad richiede di progettare in modo rigoroso l’intervento didattico, di gestire la motivazione e l’attenzione degli studenti, di favorire la condivisione, il valore aggiunto della tecnologia, la sua dimensione comunitaria. “Il nostro futuro passa attraverso la riflessione, l’apertura, la pluralità, il ritorno alla giusta distanza e all’ospitalità” (R. Silverstone, Mediapolis, 2007).

L’emergenza inasprisce il bisogno di prudenza nel rapporto con il web, con i media digitali e sociali: come viaggiare informati in tempi in cui le informazioni si fanno sempre più caotiche, frammentarie, ridondanti. Come viaggiare sicuri in tempi in cui i social diventano fatalmente la forma quasi esclusiva, certo la più lecita e securitaria, di legame sociale e di comunità? Come rapportarsi a tutto questo in modi per noi sostenibili, rispettosi di sé e degli altri?

Secondo Aristotele la prudenza è una virtù tipica dell’età matura, mentre il giovane, essendo inesperto, è giocoforza imprudente. Uno studioso ha lanciato una mail a un gruppo di studenti (dai 16 ai 20 anni) con la preghiera fornire indicazioni di massima su che cosa significasse per loro essere prudenti in rapporto ai media digitali e sociali. Ha raccolto pagine di appunti ricavandone da esse cinque regole di prudenza digitale:

Prima regola: non farsi trascinare dall’immediatezza dei social, non farsi risucchiare, non essere uno specchio d’acqua, non farne un’estensione di se stessi.

Seconda regola: in termini di tempo e mole di informazione, non passarci troppo tempo, non riporre il proprio valore sul numero di like o followers.

Terza regola: saper distinguere lo svago e la curiosità dallo studio e dall’apprendimento, un messaggio anche se dolce non potrà mai darti lo stesso calore di un abbraccio, contestualizzare, sempre.

Quarta regola: stare sempre all’erta su cosa e come si pubblica, prendere con le pinze tutto ciò che viene pubblicato, pesare le parole, cautela nella diffusione di dati personali, sapere che il mondo digitale è un’arma a doppio taglio, che ciò che vi entra non potrà essere cancellato in modo definitivo.

Quinta regola: rispettare le regole, comprendere che ci sono limiti che non vanno oltrepassati, non dimenticare che dietro al profilo esistono persone in carne e ossa, con dei sentimenti, immersi come siamo nell’informazione, web e social sono uno dei modi in cui prendiamo coscienza di far parte di una comunità»; sapere almeno le basi del mondo digitale ed essere educati a stare dentro questa realtà digitale che appunto resta una realtà.

Due osservazioni. La prima è che i giovani sembrano più preoccupati di viaggiare sicuri che non di viaggiare informati; e comunque mettono in risalto la necessità di ascoltarli, di coinvolgerli attivamente nei processi educativi, di responsabilizzarli, anziché indulgere alla loro facile demonizzazione.

“Prudenza digitale significa la capacità di essere rispettosi e di avere atteggiamenti sostenibili” (P.C. Rivoltella, Le virtù del digitale, 2015).

 

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