“Sono molti, infatti, a non comprendere ancora che da ogni caduta ci si deve poter rialzare, che nessun essere umano coincide con ciò che ha fatto e che la giustizia è sempre un processo di riparazione e di riconciliazione”.

Questa l’espressione che sento maggiormente riecheggiare nelle mie orecchie dopo aver partecipato, domenica scorsa a Roma, nella basilica di San Pietro, alla Santa Messa presieduta dal Santo Padre Leone XIV in occasione del Giubileo dei detenuti. Ultimo Giubileo, quasi a chiudere quella Porta Santa che Papa Francesco aprì proprio nella struttura di Rebibbia.
A questo appuntamento io - cappellano della Casa circondariale Borgo San Nicola di Lecce - con cinque fratelli in restrizione in permesso straordinario, grazie alla sensibilità dimostrata dalla magistratura di sorveglianza e dalla direzione della Casa circondariale di Lecce, ci siamo arrivati preparati, avendo vissuto, assieme ad altri 400 fratelli e sorelle, una due giorni preparatoria a Sacrofano (Roam). Qui tra incontri con i vertici dell’amministrazione penitenziaria, del Ministero di grazia e giustizia, in giornate scandite da tanti momenti di preghiera ed in gran fraternità, si è riflettuto sulla necessità di ridare ogni giorno speranza alla propria vita, di non prestare il fianco alla rassegnazione da senso di colpa e di dare possibilità di conversione a percorsi tortuosi di errore per mille motivi intrapresi.
Ciò che il Papa ha detto nella sua omelia è di una pesantezza e di una verità estrema: molti non comprendono - e non si riferiva ai detenuti - che da ogni errore, caduta, misfatto, ci si possa e ci si debba rialzare. Le famose frasi ad effetto: “Dovrebbero marcire in galera”, “Chiudeteli e gettate le chiavi” o peggio: “Non dovrebbero aprire gli occhi al nuovo giorno”, fanno scintille nello spigoloso impatto con la misericordia di Dio che è per tutti! Proprio per tutti, ben al di là del giudizio umano di chi presuppone di essere scevro da ogni possibile errore, quando invece questo è sempre dietro l’angolo e non se ne fa certo accorgere!
Se non inquadrato nella logica della misericordia di Dio, mi chiedo quotidianamente quale senso avrebbe il mio servizio da cappellano carcerario; non avrebbe neanche senso che un vescovo od una diocesi come la nostra, offra il soggiorno a cinque detenuti (non di primo pelo…) per farli tornare a sentire vivi, uomini tra uomini, avvolti da un affetto selettivo e personale che solo lo sguardo di Dio piò dare. Lo sguardo che hanno ritrovato in quello di un Pontefice che spaccando il corridoio della basilica pontificia, con un sorriso tra il timido ed il commosso, li guarda per come può negli occhi ed alzando la mano li benedice nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.
Un mondo difficile quello del carcere - ha detto ancora Papa Prevost - è vero! Ma un mondo molto carico di umanità, ferita e speranzosa, aggiungo io, che altrove, troppo impegnati in altri fumosi discorsi, forse non si gusta.
“Si prese cura di lui” (Lc 10,34b)… facciamolo insieme! Più mani insieme tirano ancora più facilmente su dalla caduta. L’unico modo per cui è legittimo guardare un uomo dall’alto verso il basso è quello di aiutarlo a rialzarsi.
*Cappellano Casa circondariale Borgo San Nicola - Lecce

