La situazione nelle carceri diventa sempre più complessa e drammatica, specie in estate quando, complice il caldo torrido e asfissiante, la permanenza nelle anguste celle sembra essere un incubo.

Ogni cristiano è chiamato ad interrogarsi su cosa fare poter fare per il fratello in difficoltà, proprio come Gesù stesso ci ricorda nel Vangelo di Matteo: “Ero carcerato e siete venuti a trovarmi” (Matteo 25,31-46).
Così dopo un percorso ventennale di supporto ai detenuti del carcere di Borgo San Nicola di Lecce, lo scorso anno, ad ottobre 2024, tramite Fra Angelo De Padova, cappellano della stessa casa circondariale e grazie alla disponibilità della direttrice Mariateresa Susca, è cominciato un percorso di catechesi nel settore maschile.
Quindici uomini hanno aderito al progetto raccontando che: “In quest'inferno, quell'ora è la luce, la salvezza”. Durante gli incontri settimanali di un'ora, attraverso la lettura e la meditazione del brano del Vangelo della domenica successiva, tramite il valore taumaturgico che la Parola possiede, si è smosso qualcosa dentro ognuno di loro, scoprendo che il Vangelo, riportato nel loro quotidiano, parlava alla loro vita, anche quella vissuta nelle anguste mura del carcere. Dopo un po’di diffidenza iniziale, alcuni di loro hanno cominciato a frequentare attraverso il passaparola affermando: “Ero venuto per curiosità e la Parola di Dio è entrata nella mia vita”.
Gli incontri settimanali tenuti nella cappella della sezione maschile del carcere, hanno aiutato nel dare valore alla detenzione nel suo profondo senso rieducativo e non punitivo. Come racconta D.: “Ho incontrato Dio e Lui mi ha perdonato, attraverso questo sacrificio l'ho incontrato. Il carcere mi ha migliorato”.
Come spesso accade nel venire in contatto con realtà nelle quali l’indigenza umana si fa sentire più prepotente, ci si convince con presunzione di dovere dare qualcosa a chi si ha di fronte, scoprendo invece persone piene di speranza dalle quali poter ricevere molto di più, sentendosi “matita nelle mani di Dio” che si serve di noi per arrivare ai dimenticati.
Troppo spesso la società insegna a disprezzare e ad identificare le persone con l’errore commesso, attribuendo un’etichetta che non lascia spazio alla possibilità di redenzione, con la quale chiamare indistintamente "i carcerati". Entrando nelle carceri, invece, si viene in contatto diretto e personale con le vite di ognuno di loro. Si entra lì e si impara a non giudicare. Si incontrano i volti, i cuori, le anime, le storie e si scopre che un cambiamento è possibile. Quando accompagnati a riflettere sugli errori del passato, nei detenuti si genera un cambiamento positivo che crea speranza per il futuro.
Durante gli incontri è stato chiesto loro cosa significhi vivere il momento della catechesi, cosa li abbia spinti a frequentare gli incontri e cosa questo momento di spiritualità condivisa abbia comportato nella loro vita. Di seguito le testimonianze di alcuni di essi.
M.: “Vengo qui e mi ritrovo in un luogo sacro. È un modo per avvicinarmi alla fede. Un momento di aggregazione e di contatto con gli altri, di calma e serenità. In questo momento la presenza della catechista mi aiuta a vivere meglio tutta la settimana".
A.: “Sono venuto qui per avvicinarmi alla fede, dopo i problemi e gli errori commessi a causa della dipendenza dall'alcol. Mi dà conforto e mi fa stare bene, ma anche per evadere un'oretta dalla misera cella”.
M.: “Perché sono molto credente. Seguivo le lezioni di catechismo anche quando stavo fuori. All'interno delle celle non abbiamo la possibilità di avere un momento di intimità spirituale per pregare e per affidare la mia famiglia per la quale sono preoccupato perché soffre per me. Questo momento mi dà tanta serenità, mi cambia la giornata, anche perché in questo momento posso parlare con qualcuno. Mi posso sfogare e raccontare i miei problemi”.
A.: “Frequento perché questo momento mi fa riflettere sui miei errori. Mi dà pace e serenità”.
R.: “Questo è un cammino in questo deserto spirituale. Ognuno di noi ha un sentimento religioso che questo momento risveglia. E poi sono alla ricerca di qualcosa. Tutto quello che la vita mi ha tolto spero di riaverlo in quantità maggiore”.
L’esperienza di catechesi all’interno del carcere ha dimostrato che è possibile rendere concreta una speranza di redenzione, raccontando una narrazione diversa, a lieto fine. Cogliendo spunto da iniziative come questa ognuno potrebbe sentirsi spinto a rendersi partecipe e a sentirsi responsabile di un miglioramento possibile, producendo giovamento per l’intera società.
*catechista nella Casa circondariale “Borgo San Nicola” di Lecce.

