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Alunno, poi docente, ora direttore. Il conservatorio di Lecce, dove si è diplomato nel 1981, è la sua seconda casa. Una vita per la musica: un colpo di fulmine scoppiato a tre anni, stregato dalle note della banda del paese. Un viaggio costellato da note, spartiti ed emozioni. E anche dall’impegno, sin da giovanissimo, nel mondo dello scoutismo. Lui è Giuseppe Spedicati, 55 anni, di Squinzano: musicista, maestro e docente di fagotto.

E dal 2016 direttore del Conservatorio “Tito Schipa” di Lecce eletto con l’87% dei consensi. Professore d’orchestra freelance, ha collaborato con importanti istituzioni orchestrali, partecipando a concerti anche a livello europeo e alla realizzazione di produzioni discografiche e radiotelevisive.Ha insegnato anche nei conservatori di Reggio Calabria e Vibo Valentia, prima di rientrare a Lecce come titolare della cattedra di fagotto e docente di musica elettronica. Inoltre, è un compositore elettroacustico: i sui brani sono eseguiti in festival specializzati sia in Italia che all’estero. Lui però si definisce “semplicemente un musicista” che rifugge dalle formalità: “Piacere, sono Giuseppe. Dammi del tu”, è l’esordio dell’intervista.

 

Direttore, come è la vita del musicista?

È una vita complicata, fatta di studio e di studio per poi portare il frutto di questo impegno nelle varie performance, in concerti e recital. Se poi il musicista è anche docente, è ancora più complicata. Complicatissima se fa anche il direttore del conservatorio.

Come è sbocciato l’amore per lo spartito e per la musica?

È successo improvvisamente, sentendo suonare la banda del mio paese. Avevo tre o quattro anni. Sono stato subito attratto dal mondo dei suoni. E poi mio nonno, vecchio suonatore di clarinetto, mi ha affascinato con i suoi racconti e mi ha instradato in questo bellissimo percorso. Ed ero appena un ragazzino quando a 10 anni ho fatto l’ammissione al conservatorio.

Come è lo stato di salute della cultura musicale salentina?

Bella domanda. Secondo me rispecchia appieno quello nazionale. Né meglio, né peggio rispetto al resto d’Italia. Cioè, va male. La cultura, purtroppo, ha un ruolo sempre più marginale. Forse non ha appeal, ma personalmente non ne sono convinto…

Colpa di chi ha in mano le leve del comando?

Sicuramente sì. Ricordiamoci che anni fa un ministro della Repubblica disse che con la cultura non si mangia. Peraltro, non è nemmeno vero. Per me, come per tantissimi altri, rappresenta il sostentamento personale e familiare. La cultura ha un ruolo importante e chi governa deve rendersene conto. Forma le coscienze, i cittadini, le menti. Insomma, fa crescere. Il grado di cultura di un popolo è fondamentale. E quando parliamo di cultura parliamo di un popolo che va alle mostre, legge libri e giornali, che va ai concerti, che ascolta la radio, che usa anche i social come strumento culturale.

Cosa chiederebbe ai ministri della cultura e dell’istruzione?

Il coraggio di fare investimenti. I conservatori hanno un organico bloccato da circa venticinque anni e ciò significa che non si può avere più di un determinato numero di insegnanti. Nel frattempo c’è stata una riforma a costo zero, cioè senza risorse, che ha stravolto il processo di formazione musicale. I tempi sono cambiati e il conservatorio ha bisogno di aprirsi a nuovi linguaggi musicali, ha bisogno di investire in quello che era la sua mission da sempre, ma non lo può fare perché gli investimenti non ci sono. Ogni anno abbiamo la sorpresa di nuovi tagli: dal 2 al 10% di risorse in meno di volta in volta. E nonostante ciò bisogna mantenere alto lo standard sia nei numeri che nella qualità.

Le piace il “lavoro” di direttore del Conservatorio?

Mi piace farlo. Ma non è una questione di incarichi, anche perché io sono nato nel conservatorio di Lecce. È stata una cosa inaspettata. Quando 40 anni fa ho fatto l’esame di ammissione, ragazzetto di 10 anni con i capelli corti, tutto mi sarei aspettato tranne di arrivare a occupare la stanza del direttore. È capitato e cerco di farlo al meglio.

Che voto si dà?

Ma no, evitiamo di dare i numeri, perché ho difficoltà anche quando si tratta di valutare i miei alunni. Comunque, credo di meritare la sufficienza.

Fa il modesto…

Non è una questione di modestia, ma di coerenza. Vorrei fare di più ma non posso farlo perché la coperta è quella che è. Devo dire però che quest’anno c’è stata qualche bella novità. Come l’attenzione concreta della Regione Puglia che ha stanziato fondi necessari: risorse utilissime che hanno permesso ai conservatori pugliesi di ampliare l’offerta di produzione artistica con stagioni concertistiche che hanno avuto un enorme successo. Per incidere abbiamo bisogno di attenzione e di risorse, oltre a quelle nostre che provengono dalle tasse degli studenti e dal volontariato.

Volontariato?

Sì, diciamolo chiaramente. Il conservatorio di Lecce ha 72 docenti che sono degli eroi e che portano avanti la loro missione con spirito di servizio e grandi sacrifici, spendendo molto più tempo e facendo molto più di quello per cui sono pagati.

Che emozione trasmette suonare il fagotto?

Il giorno in cui sono stato eletto direttore ho detto a me stesso: se questo incarico mi impedirà di suonare il fagotto, mi dimetto immediatamente.

Fortunatamente non gliel'ha impedito…

Infatti, ed anche a costo di grandi sacrifici. Ne risente la mia famiglia e il mio tempo libero ridotto ormai al lumicino. Comunque, anche se non come prima, riesco ancora a suonare. Ed è sempre una grande emozione. Il fagotto e la musica sono il carburante della mia vita.

Chiesa, teatro o piazza: dove le piace esibirsi?

Ho cominciato suonando nelle chiese, vengo proprio dal volontariato cattolico. Lì sono nato. Ma il musicista non guarda mai il luogo dove si esibisce, l’importante è portare la musica ovunque perché la musica ha una grande funzione sociale.

Un musicista che l’ha sempre ispirata?

No, per favore. È una domanda che mi mette in forte imbarazzo. L’ispirazione la puoi trovare in qualsiasi cosa. Si impara da tutto e da tutti. Basta osservare. Il musicista deve vivere appieno il quotidiano e le piccole cose. Anche l’ultimo dei miei studenti può ispirarmi e insegnarmi qualcosa.

Ci sarà comunque un musicista che le piace ascoltare più di altri…

Io ascolto tutti, da Bach a Stockhausen, dal ‘300 all’ultima composizione.

Dovesse sceglierne uno…

È impossibile. È inaccettabile stilare classifiche. Esiste la buona musica e la cattiva musica. È questa l’unica distinzione. Io ascolto la musica. Soprattutto se mi interessa anche dal punto di vista della struttura musicale, oltre che per la bellezza. Ovviamente, non è detto che quello che piace a me debba piacere anche agli altri. È tutto molto soggettivo.

Quarant'anni di conservatorio: prima studente, poi docente, oggi direttore. Il giorno più bello e quello più brutto…

Il giorno più bello è quello di quarant'anni fa, quando mi comunicarono l’ammissione e quindi l’iscrizione al corso di fagotto. Non ricordo giorni brutti, solo alcuni momenti dolorosi dovuti ai rapporti personali con qualche collega. Ma per come sono fatto riesco ad avere dialogo e quindi a superare e a chiarire.

Torniamo alle origini. Come sono stati gli anni nell’Agesci?

Si dice: una volta scout, sempre scout. Ma io comunque non ne parlerei al passato, dato che continuo ad essere nell'associazione anche se non faccio servizio come sarebbe il caso di fare. L’esperienza scout, iniziata da ragazzo, è stata fondamentale per la mia vita.

Pensando all'infanzia, cosa le viene in mente?

Quei pomeriggi da ragazzo quando mio padre da Squinzano mi accompagnava a Lecce, al conservatorio. E poi rimaneva per ore in auto ad aspettarmi. Ecco un grosso rimpianto che mi porto dentro: che i miei genitori non abbiamo potuto condividere con me tante gioie come quella di diventare direttore di quel conservatorio dove mio padre mi accompagnava.

Quando ha detto ai suoi che voleva fare il musicista, come l’hanno presa?

Sono sempre stato supportato dalla mia famiglia. Mio padre e mia madre hanno sempre cercato di agevolare i miei sogni e i miei desideri, come anche quelli dei miei fratelli. E l’hanno fatto con tantissimi sacrifici.

Gliel'hanno proposto più volte, eppure non ha mai accettato di fare il maestro concertatore della banda di Squinzano. Come mai?

La musica è una cosa seria. Ognuno dovrebbe farla consapevole di quello che è il suo ruolo all'interno del sistema musicale. E io ho sempre considerato il mio ruolo dalla parte di chi suona e non dalla parte di chi dirige. Per cui non ho avuto questa ambizione e non ce l’ho. Se dovessero propormelo nuovamente, direi ancora no.

La banda però l’ha fatta innamorare della musica…

Certamente. La mia passione è nata con i suoni della banda. E quei suoni sono sempre nella mia testa. Mi emoziono nel sentire una marcia suonata da una banda.

Che marcia si dedicherebbe?

Mi dedicherei “A Tubo” del maestro Ernesto Abbate.

Perché?

Quando per un brevissimo periodo della mia vita, a 15 anni, sono stato in banda è stata la prima marcia che mi è capitato di suonare. Una marcia meravigliosa dal punto di vista formale e della struttura oltre che per l’ascolto.

Lei peraltro è anche un compositore…

Un compositore di musica elettroacustica, non scrivo per gli strumenti e nelle forme della tradizione. Uso suoni non convenzionali.

È più bello comporre o eseguire?

La composizione mi interessa, ma non la faccio come attività prevalente, però mi è capitato di scrivere qualche brano. Suonare è ovviamente un’emozione.

Qualche sua composizione che ricorda con particolare soddisfazione?

Ho un paio di brani che hanno vinto anche delle selezioni e che vengono eseguiti. Non ho però un affetto morboso verso la composizione. Scrivo per me stesso: è un piccolo vezzo che alla mia età mi concedo. Se poi a qualcun altro piace la musica che compongo e la utilizza mi fa piacere.

Il suo tempo libero?

Ad avercelo! In quel poco cerco di far riposare il cervello e il fisico.

Cos'è la felicità?

Sono sempre stato una persona felice. I momenti duri e di sconforto sono durati poco. L’importante è vivere appieno il momento, senza porsi molte domande. E quando si affronta ogni giorno così, coltivando in ogni caso la serenità, si è felici.

Il suo rapporto con la fede…

Non male. Vengo dall'associazionismo cattolico e vivo la fede con tranquillità e pienamente, con tutti i momenti di crisi che possono esserci.

Cosa le sta insegnando l’esperienza da direttore del conservatorio?

Lo ero già, ma ricoprendo questo incarico ho imparato ad essere ancora più tollerante. Nei rapporti con le persone mi sforzo ogni giorno di più ad avere attenzione, a non urtare e a non offendere sentimenti ed idee. Ho imparato a gestire meglio il rapporto con gli altri.

Come si autodefinisce?

Sulla mia carta d’identità c’è scritto: musicista. E io sono semplicemente un musicista.

 

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