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Avere una domandina sulla punta della lingua, e non farla: per scaramanzia, per evitare di essere additata come potenziale jettatrice nel caso in cui le cose non dovessero poi prendere la piega giusta.

Il presidente del Lecce Saverio Sticchi Damiani, però, è sorridente e rilassato - saranno la Settimana Santa, l’ultima vittoria e la chiusura pasquale delle aule giudiziarie - e quindi alla fine dell’intervista la domandina scappa: alla fine, però.

Presidente, ne è valsa la pena? Fare tanti sacrifici per guidare la squadra della sua città?

“Assolutamente sì, ed è una cosa che faccio solo per passione e per amore della mia terra. Non l’avrei mai fatto per altri motivi, per soldi o per visibilità, anche perché in questo momento della mia vita mi divido tra due città, ed è oggettivamente pesante. Sono tranquillo anche se le pressioni e gli impegni sono tanti: qui a Lecce il lunedì e i giorni delle partite - se non sono ovviamente in trasferta - e a Roma i giorni del Consiglio di Stato. Ma sorrido, vado avanti e non mi risparmio”.

 

Qualcuno aggrotta il sopracciglio: tutto questo dannarsi appresso ad un pallone.

“Invece è uno dei modi della gente di manifestare l’attaccamento alla propria terra. L’ho constatato di persona in questi anni da presidente, quando ho avuto a che far con i tifosi: sono viscerali e appassionati perché percepiscono la squadra come espressione del legame sacro con la loro terra, in particolar modo quelli che vivono lontano dal Salento. Ne ho incontrati tanti, nelle partite con le squadre del Nord, dove mancavamo da tanti anni: gente venuta allo stadio, emozionatissima, con figli e mogli al seguito. Non è solo sport”.

Quali sono i valori fondanti di questa società, oggi?

“Non sono ancora sicuro di averli conseguiti al cento per cento, ma il primo è certamente quello di cercare di praticare un calcio bello, spettacolare, corretto e pulito. Con questa idea abbiamo scelto, prima che i calciatori, gli uomini, e le stesse regole cerchiamo di applicare nel caso dei giovani: chi si comporta male va a casa, chi fa bene a scuola viene premiato a Natale anche se non è il più bravo a giocare a calcio. Anche per questo abbiamo deciso di puntare molto sul settore giovanile, e spesso i primi da convincere sulla bontà di questo percorso, umano prima ancora che sportivo, sono proprio i genitori, che magari vedono nei figli solo futuri assi del pallone. È un piccolo scatto culturale in funzione del quale ho scelto di mantenere tra società e squadra un clima familiare che rende piacevole lo stare tutti insieme, dal magazziniere ai calciatori. Non è una frase fatta, siamo davvero una famiglia. Condividiamo l’esperienza sportiva, ma anche le nostre vite”.

Domanda “marzulla”: è meglio vincere una causa importante al Consiglio di Stato o un bel match campale?

“A inizio settimana spero in tutte e due le evenienze, e per fortuna cause e partite si tengono in giorni diversi: il giovedì disputo le mie partite da avvocato, due giorni dopo quelle da presidente del Lecce. Le due cose, a dire il vero, provocano sensazioni affini, sconfitte e vittorie forgiano il carattere, fanno maturare...”.

Pratica riti scaramantici?

“Ahimè, sì. Per esempio poco prima della gara, quando allo stadio non c’è ancora nessuno, me ne vado nello spogliatoio e, circondato dall’abbigliamento dei ragazzi...”.

...circondato dall’abbigliamento dei ragazzi?

“.... diciamo che, senza entrare troppo nei dettagli, mi “sintonizzo”.

È superstizioso?

“Un po', anche perché la superstizione appartiene al mondo del calcio. Poi però diciamo anche che molto più della superstizione fa il lavoro della squadra, che quest’anno è stato davvero straordinario: non c’è rito che tenga, a fronte di questo impegno. In udienza, invece, faccio mio l’insegnamento di mio padre: “Non si può improvvisare”. E quindi la mattina mi alzo molto presto e mi riguardo per l’ennesima volta tutto ciò che attiene alla causa di turno, anche se è solo un eccesso di zelo. Una forma di rispetto verso le persone che assisto e che affidano a me le loro sorti”.

Poi c’è anche l’Università del Salento.

“Il mio terzo lavoro, non in ordine di importanza: sono presidente, avvocato, professore. La professione mi fa vivere bene e il calcio è passione, ma passione è anche l’Università, appunto, dove non ho ambizioni di potere ma mi piace lavorare fianco a fianco con gli studenti, a loro totale servizio. Non amo chi si dimentica di essere stato sui libri a sua volta. Sono gli studenti al centro dell'università, non certo noi professori”.

E si parla di calcio?

“No, c’è un divieto tassativo al riguardo, e gli studenti lo sanno bene. Parliamo di tutto il resto, mi piace poter contribuire a formare i giovani talenti del nostro territorio... ne abbiamo davvero tanti”.

Anche calcistici?

“Su questo aspetto, a dire il vero, siamo un poco indietro, perché il nostro settore giovanile è stato rifondato di recente e perché i talenti migliori, negli anni nelle categorie inferiori, sono stati individuati e subito portati via dai grossi club. Ci piacerebbe molto vedere qualche nostro esordiente in prima squadra entro pochi anni, e il bello è che oggi questo è un desiderio dei ragazzi prim’ancora che della società”.

Scaramanzia, abbiamo detto. E fioretti? Ne ha fatti, per motivi calcistici, nella sua vita?

“L’anno scorso, per la promozione dalla C alla B, l’ho fatto”.

Pagato?

“Pagato. Quest’anno non ho ancora deciso cosa fare, ma ci sto ragionando su e con Meluso, il nostro direttore sportivo di Teramo, meditiamo di andare in bicicletta in visita ad un santuario di quelle zone che dista cento chilometri da lì. Ce la posso fare”.

 

Tempo libero pochissimo, immaginiamo, ma quando c’è cosa fa?

“Lo dedico a mia moglie Marina, che però di base sta a Lecce e quindi è davvero complicato farlo. Il poco tempo insieme, però, mi ritempra. Con lei mi confronto anche sul calcio”.

Una tifosa?

“Assolutamente sì. Ne capisce molto, viene allo stadio. Mi aiuta molto a capire le persone che mi circondano, anche nel calcio: lei ha una sensibilità non comune”.

Quando le hanno proposto la presidenza sarà stata felicissima, allora.

“No, a dire il vero temeva stravolgesse troppo la nostra esistenza e il nostro vivere riservato, ma appena ho deciso di accettare la proposta si è messa al mio fianco e ha combattuto anche questa guerra. All’inizio, infatti, eravamo piuttosto soli in quest’avventura: anche la città, all’inizio, era alquanto diffidente”.

 

Per la sua giovane età?

“Anche. Pensavano non fossimo in grado, con i miei fantastici soci, di gestire quest’esperienza. Non percepivamo attorno a noi la fiducia della città che conta, quella dei salotti. Mentre invece la Curva Nord capì lo sforzo e alla prima partita, ancora me lo ricordo, arrivarono 15mila spettatori... era Lecce-Andria, e non avevamo ancora un progetto sportivo, ma loro c'erano già. Poi però si sono ricreduti tutti, e oggi tutta la città è convinta e compatta e si gode questo sogno”.

Pensieri quando la mattina si guarda allo specchio?

“Sono sempre stato severo e rigoroso con me stesso, e quando faccio il punto della situazione sono contento della vita che faccio, perché non mi sfugge il fatto di essere un uomo super fortunato. Non mi adagio, penso sempre di poter dare di più e meglio, anche nelle cose apparentemente meno importanti”.

E le cose importanti, invece, quali sono?

“La famiglia, ma anche le persone che ti chiedono un aiuto o un sostegno, cui dedico gran parte della mia giornata”.

A proposito, a proposito: più volte il suo nome è stato fatto come possibile candidato sindaco di Lecce.

“Sì, è accaduto due volte in maniera ufficiale: una volta dietro sondaggio del centrosinistra, un’altra su richiesta esplicita del centrodestra. Ho ringraziato - anche con grande sorpresa, perché non avevo mai pensato di poter ricevere un onore del genere - però non me la sono sentita. Allo stato questa prospettiva non è nelle mie corde, anche perché, come già detto, sto spesso a Roma”.

Ma il futuro è tutto da scrivere.

“Vero, ma io intendo la politica un po’ come il calcio: come servizio al territorio. In questo momento, quindi, non riesco ad appassionarmi. Non ho grande entusiasmo rispetto alle modalità di gestione della macchina pubblica e non mi piacciono i politici di professione: torniamo al discorso dell’università e a quelli che si scordano di essere stati studenti. Con questa politica il cittadino è sempre più marginale, più residuale, e questo non mi piace: l’elemento della spartizione del potere ha priorità su tutto, e non penso che le cose possano cambiare da sole. Se facessi una scelta del genere sarei talmente fuori dagli schemi che non prenderei un voto”.

Ma quello dei tifosi sì.

“Nemmeno quello, loro non vogliono che il loro presidente si distragga con la politica 😀”.

E Dio?

“Sono credente, e - non mi vergogno di dirlo - mi rivolgo spesso a Lui”.

La domenica mattina?

(Ride) “No, davvero. Non vado spesso a messa, ma credo. Ho un dialogo interiore con Dio, e penso che non stia a contare appunto le volte in cui uno va o non va in chiesa, quanto piuttosto le occasioni in cui diamo una mano a chi ha bisogno, a chi non sta bene. Però vorrei comunque avere più a che fare con Lui... lo immagino però non con fattezze umane, ma come una dimensione, uno stato d’animo di equilibrio perfetto”.

 

L’arcivescovo (nel frattempo passato in redazione per salutarlo) la aspetta per il precetto pasquale della squadra giovanile, dunque la lascio andare. Ma prima, per favore: ce la possiamo fare?

“A questo punto, secondo me, abbiamo gli strumenti per provarci, però, se non dovessimo farcela, potremmo considerare questa come stagione-trampolino per costruire qualcosa di importante, per essere più competitivi l’anno prossimo”.

Ma la bici per il fioretto del santuario teramano (dove peraltro Seccia è stato vescovo prima di trasferirsi a Lecce. Semplice casualità?) la sta preparando?

“Certamente, sarebbe davvero il minimo rispetto ad un risultato clamoroso”.

 

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