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In occasione dei vent’anni dalla Lettera circolare (LEGGI) della Pontificia Commissione per i beni culturali della Chiesa sulla funzione pastorale dei musei ecclesiastici (15 agosto 2001), nei giorni scorsi (23-24 settembre) si è svolto a Roma il convegno internazionale “I musei ecclesiastici testimoni di futuro”.

 

 

 

Ma quali sono oggi il valore, l’attualità e il ruolo dei musei ecclesiastici? Ne abbiamo parlato con mons. Carlos Alberto Azevedo, delegato del Pontificio Consiglio della cultura.

Eccellenza, anzitutto qual è l’identikit del museo ecclesiastico?

Essendo un museo della Chiesa è anzitutto un’entità pastorale che nasce con la funzione di conservare, tutelare e valorizzare il patrimonio di arte sacra legato alla chiesa stessa, ma anche oggetti liturgici di particolare valore non più in uso. È importante che ogni bene sia esposto nel luogo in cui è nato: ogni opera d’arte e ogni oggetto dovrebbero continuare a “vivere” nel proprio contesto storico o liturgico. E le modalità di esposizione dovrebbero essere “pedagogiche”: una sorta di catechesi visiva per trasmettere ai visitatori un messaggio in grado di suscitare una riflessione.

 

Custodi di un patrimonio di fede e bellezza, i musei ecclesiastici non si rivolgono tuttavia solo ai credenti ma appartengono all’umanità intera. Che cosa dicono a non credenti o a credenti di fedi diverse? Possono costituire uno spazio di dialogo?

La peculiarità di un museo ecclesiastico non gli impedisce di entrare in dialogo con tutti: anche con non credenti o credenti di altre confessioni. A condizione però che si presenti con un’identità forte, chiara e ben definita; presupposto essenziale per un autentico dialogo.

Il linguaggio della bellezza può rendere una comunità più coesa?

La bellezza ha in sé una dimensione spirituale che unisce tutti gli esseri umani, indipendentemente dalla loro fede o non fede perché è universale. E in un mondo frammentato come l’attuale è importante avere elementi che possano creare coesione e, almeno in parte, unificare l’umanità.

Lei poco fa ha parlato di “pedagogia”. Un’opera d’arte sacra, che racchiude in sé un universo simbolico un tempo parte di una cultura condivisa, oggi ai più sconosciuto, può creare difficoltà di comprensione?

Assolutamente sì. Oggi non si deve dare per scontata una conoscenza storica, biblica e liturgica che non c’è. Per questo chi guida una visita, o i contenuti delle guide cartacee o multimediali devono porsi in dialogo con i “visitatori” partendo da una base minima, in grado di “parlare” a tutti, per spiegare con un linguaggio semplice il valore e il significato biblico-teologico delle opere e degli oggetti in esposizione, per favorire la comprensione della storia che ognuno di essi racconta.

L’emergenza sanitaria ha colpito pesantemente anche il settore culturale e imposto per molto mesi la chiusura dei musei, costringendoli a reinventarsi in modalità digitale. Come hanno reagito i musei ecclesiastici?

Il panorama non è uniforme: alcuni avevano già da tempo avviato un processo multimediale con diverse applicazioni e piattaforme per illustrare e valorizzare il patrimonio artistico custodito; altri invece iniziano ora. Per molti l’impatto del Covid ha costituito uno stimolo a sviluppare un linguaggio multimediale oggi ineludibile e capace di “andare” verso le persone suscitando in loro il desiderio di recarsi ad ammirare con i propri occhi quanto visto online.

“Testimoni di futuro”, recita il tema del convegno. In che modo? In questo orizzonte, qual è la principale sfida che attende i musei ecclesiastici?

Oltre a quella delle nuove tecnologie di cui abbiamo appena parlato, la sfida principale che li attende consiste nella capacità di dialogo con la complessità del mondo contemporaneo, con la molteplicità delle sue espressioni e con la diversità delle risposte alle emergenze globali. I musei non sono soltanto testimoni e custodi del passato: possono costituire un appello a costruire un futuro nuovo e diverso, e questo è il loro valore aggiunto.

A che punto è il dialogo con l’arte e gli artisti contemporanei?

La riflessione su questo aspetto merita attenzione. In alcuni Paesi, ad esempio in Germania, il confronto è ben avviato con l’obiettivo di farsi interrogare dall’arte contemporanea e, al tempo stesso, accompagnarla e mostrare che essa può dialogare con l’arte dei secoli precedenti. Una sfida ineludibile per tutti: se non siamo capaci di entrare nel linguaggio e nella grammatica dell’arte contemporanea, non siamo capaci neppure di entrare in dialogo con il mondo. L’arte di solito anticipa l’espressione del sentire della gente. Gli artisti costituiscono un annuncio dei segni dei tempi ai quali la Chiesa, al di là del discorso museale, deve prestare attenzione, pronta ad accogliere linguaggi innovativi e talvolta provocatorii che preannunciano tempi nuovi. Integrare queste nuove forme espressive, andando al di là dei nostri archetipi mentali, significa mantenere i nostri musei vivi, in grado di rispondere alle sfide del mondo attuale e proiettati verso il futuro.

 

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