Questo sito fa uso di cookie per migliorare l’esperienza di navigazione degli utenti e per raccogliere informazioni sull’utilizzo del sito stesso. Utilizziamo sia cookie tecnici sia cookie di parti terze per inviare messaggi promozionali sulla base dei comportamenti degli utenti. Può conoscere i dettagli consultando la nostra privacy policy qui. Proseguendo nella navigazione si accetta l’uso dei cookie; in caso contrario è possibile abbandonare il sito.

0
0
0
s2sdefault

La recente Istruzione della Congregazione per il Clero, al capitolo secondo, per definire la parrocchia ricorre alla tradizione canonica e al ricco patrimonio del magistero pontificio.

 

 

Essa è “comunità di fedeli” (can. 515) e “casa in mezzo alle case” (Christifideles laici 26). Queste due definizioni, evidentemente attinte dalla teologia paolina del nuovo testamento, portano in sé stesse l’auspicato ringiovanimento del volto della Chiesa e la ormai urgente conversione missionaria della medesima istituzione parrocchiale.

Casa in mezzo alle case. San Giovanni Paolo II ne aveva parlato in questi termini, non solo per rappresentare la parrocchia nella sua configurazione territoriale, quanto per richiamarne il senso e la missione, quella cioè di essere presenza del Risorto in mezzo al suo popolo. Questa concettualizzazione, tuttavia, si confronta oggi con la sfida contemporanea della mobilità delle persone, che sempre meno risiedono permanentemente nello stesso ambito territoriale. La conversione missionaria, dunque, non potrà, che essere una conversione delle relazioni le quali, a detta della stessa Istruzione, “rischiano di dissolversi nel mondo virtuale senza impegno né responsabilità”. La cultura contemporanea che ha dilatato i confini dell’esistenza e della convivenza delle persone chiede, dunque, che si dilatino anche gli spazi e gli ambiti per l’annunzio del Vangelo: “quello che ascoltate all’orecchio predicatelo dai tetti”.

Comunità di fedeli. Solo grazie a questa conversione missionaria delle relazioni la parrocchia potrà restare ed essere ancora efficacemente comunità, e guardare ai presenti mutamenti o stravolgimenti “nell’ottica dell’unità e della comunione” (Papa Francesco, Udienza del 12 giugno 2019). Qui si pone la nodosa questione sacramentale. Proprio la prassi della mobilità tende, infatti, ad allontanare la celebrazione di questi eventi di grazia da un contesto comunitario, o a pregiudicarne il cammino di preparazione come autentico itinerario di fede.

Dinanzi a queste sfide occorre prendere coraggiosa consapevolezza che il locus theologicus di appartenenza sempre più disertato è il locus ecclesiae. Esso potrà ripopolarsi solo grazie ai focolai di cristianesimo autentico, giacché soltanto la santità dei battezzati ha la forza sovrannaturale di oltrepassare i confini e raggiungere il cuore dell’uomo, come già il Risorto con i suoi discepoli.

 

Chiesa di Lecce per il Coronavirus