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Giovanni Custodero, 27 anni, “Non smette mai di sorridere. Vive col sorriso perché pensa che la sua vita sarebbe finita con la prima diagnosi, ma da quel giorno ogni alba è per lui un regalo dal valore inestimabile”.

 

Così si legge in una lettera scritta dalla famiglia e diffusa dalla fidanzata Luana Amati lo scorso 8 gennaio, due giorni dopo l’annuncio di Giovanni di avere scelto, di fronte a sofferenze ormai insopportabili, la sedazione profonda. Dopo anni di impegno – tra cui la fondazione della Onlus “Guerrieri sorridenti” per testimoniare che ognuno ha in sé le risorse per superare qualsiasi ostacolo, e la vendita di magliette con l’elmo di Leonida, simbolo dello “smiling warrior”, per raccogliere denaro e sostenere cure costose - il “guerriero sorridente” sceglie “la sedazione continua e profonda, un trattamento sanitario al quale si ricorre per consentire a un paziente terminale di non provare dolore dopo che le altre terapie sono risultate inefficaci”, si legge ancora nel messaggio della famiglia.

 

Eccoci arrivati alla battaglia finale, siamo io e lui, uno davanti all’altro… ed io lo guardo in faccia” scrive lo scorso 6 gennaio Giovanni nel suo ultimo post su Facebook con riferimento al sarcoma. “Ho deciso di trascorrere le feste lontano dai social ma accanto alle persone per me più importanti. Però, ora che le feste sono finite, e con loro anche l’ultimo granello di forza che mi restava, ho deciso che non posso continuare a far prevalere il dolore fisico e la sofferenza su ciò che la sorte ha in serbo per me”.“Da domani - annuncia - sarò sedato e potrò alleviare il mio malessere. Spero di essere stato di aiuto per molte persone. Voglio per l’ultima volta ringraziarvi per ciò che siete stati, siete e sarete sempre: la mia forza”.

I funerali di Giovanni si sono tenuti ieri presso la parrocchia di Santa Maria del Carmine, in piazza della Concordia, a Pezze di Greco. A celebrarli don Antonio Esposito, giovane sacerdote coetaneo di Giovanni con il quale il giovane ha condiviso gli ultimi mesi di vita. “L’ho conosciuto - racconta - nell’ultimo periodo della sua esistenza e penso che abbia ottenuto ciò che desiderava di più: far sapere al mondo che la vita è un dono strepitoso, che non se ne può sprecare nemmeno un attimo, che bisogna viverla in assoluta pienezza con l’entusiasmo di coglierne e assaporarne in ogni istante la grandezza”. “Che senso ha stare a pensare alle cose brutte che la vita ci mette davanti quando basta solo aprire gli occhi e guardare oltre le nostre paure per accorgerci di quante cose belle ci circondano”,  il messaggio di Giovanni su Facebook.

“Non si è mai tirato indietro - prosegue don Antonio -; ha voluto condividere la propria testimonianza sui social ma anche con chi incontrava”. E assicura: “La sua gioia e il suo amore entusiasta per la vita erano contagiosi”.

“Abbiamo la stessa età”, prosegue il sacerdote, cappellano dell’ospedale di Castellana, esprimendo un po’ di rammarico per non averlo conosciuto prima. “Quando ho saputo della sua storia e del suo progetto attraverso le magliette ho pensato: questo ragazzo lo dobbiamo aiutare, e fin dal primo incontro, quattro o cinque mesi fa, si è creato un bellissimo legame, profondo e sincero, fondato sull’essere coetanei, sull’avere interessi e desideri in comune, sul fatto semplicemente di esserci”.

Quale eredità le ha lasciato? “La passione per la vita, il desiderio di viverla in pienezza - risponde -. Di fronte a questo dono la sofferenza causata dalla malattia passava per lui in secondo piano”. Chiediamo a don Antonio che cosa dirà questo pomeriggio nell’omelia. “Non ne ho idea - la risposta -. Ora tutto ciò che mi viene in mente mi sembra banale. Tutti conoscono Giovanni, non ha bisogno di presentazioni. In quel momento mi lascerò guidare dalla Provvidenza e anche da Giovanni stesso. Vedremo cosa ne verrà fuori.

Sulla stessa line il parroco don Francesco Zaccaria che dice: “Ha saputo fare della malattia un’occasione per donare forza, coraggio e amore alla famiglia. Era lui che sosteneva la mamma e il papà, incoraggiava la fidanzata e gli amici. Ma si faceva anche dono agli altri, alle persone in difficoltà affinché trovassero forza attraverso la sua testimonianza e il suo sorriso. In questo ha individuato il senso della sua prova”. “Come comunità cristiana - prosegue don Francesco - cerchiamo di stare vicini in maniera discreta alla sofferenza della famiglia, rispettando il loro dolore e la loro privacy”. E sulla scelta della sedazione profonda conclude:“Una decisione da rispettare. Una scelta condivisibile dinanzi ad una sofferenza diventata insopportabile, che si inquadra all’interno delle cure palliative consigliate per accompagnare chi non ha più possibilità di guarigione verso il passaggio finale”.

 

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