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Scandiscono i tempi delle giornate, delle stagioni, degli anni nelle città, tra arrivi e partenze, rispecchiando le speranze, le gioie, le delusioni, i disincanti e le rinascite: le stagioni ferroviarie.

 

 

Anni ’60, nel boom economico, valigie di cartone, direzione Milano, Svizzera, Germania, Belgio, per costruire una casa ed un futuro per i figli; eravamo emigranti.

Ora raccogliamo immigrati che arrivano in Europa, lasciando una patria martoriata da fame e guerre.

E la stazione è sempre lì, testimone di un tempo che passa senza che si risolvano i problemi più assillanti.

Ho trascorso una notte in stazione quando son venuto a Lecce, in tasca dieci euro, una busta di indumenti ed il cuore a pezzi. Man mano che si avvicinava la sera, diventava più lugubre e si popolava di una folla di disadattati, senza fissa dimora, extracomunitari, sì insomma, i nuovi poveri, i clochard.

Qualcuno alticcio, altri arroganti, taluni timorosi proprio come al di fuori della stazione.

Qualche volontario portava panini o latte caldo, qualche coperta, la solidarietà non muore mai.

Ma la solidarietà era anche tra i poveri. Dividersi una sigaretta, ascoltare i problemi, dare consigli o un indumento di lana.

Magari fra qualche giorno qualcuno non sarà più lì, ma lei, la stazione, sarà sempre presente, ma non con la sola disperazione, ma con le paure, le gioie, le speranze e la consapevolezza che tutto può cambiare, dipende da noi.

Ogni volta che ci passo o prendo un treno penso sempre che senza quella notte in stazione la mia vita sarebbe stata diversa. Fu un clochard di Brindisi che mi accompagnò alla Casa della Carità: poi inizia tutta un’altra storia.

                                                                                                                                                               

 

Chiesa di Lecce per il Coronavirus