A margine dei solenni festeggiamenti leccesi in onore di San Francesco d’Assisi (LEGGI), vale forse la pena di approfondire certi aspetti meno scontati del Serafico.

 

 

 

Infatti, parafrasando e forzando un po’ quello che grandi santi del passato dicevano della Santa Vergine Maria - de Maria numquam satis - analogamente potrebbe dirsi di San Francesco: c’è sempre qualcosa da scoprire e da imparare…

Prendiamo allora in prestito gli interventi di due vescovi italiani, posti - geograficamente - agli antipodi: mons. Vito Angiuli (vescovo di Ugento-Santa Maria di Leuca) e mons. Antonio Suetta (vescovo di Sanremo-Ventimiglia): estremo sud-est ed estremo nord-ovest d’Italia.

In un articolo apparso sul Nuovo Quotidiano di Puglia dello scorso 7 ottobre 2025, mons. Vito Angiuli delineava la problematica interpretativa relativa al santo di Assisi in questi termini: “Dall’ecologismo al pacifismo, dal dialogo inter-religioso all’uso politico durante il fascismo, la figura del santo è stata continuamente reinterpretata e adattata a esigenze culturali e ideologiche diverse. Un processo che, se da un lato ha ampliato la sua attualità, dall’altro ha rischiato di allontanarlo dall’uomo reale”. 

E chiedendo “Chi era veramente Francesco?”, così Angiuli concludeva: “In realtà, San Francesco era e rimane una figura scomoda per tutti, credenti e non credenti. Soprattutto è del tutto alternativa alla cultura dominante nel nostro tempo. Innanzitutto, perché invita a prendere il Vangelo “sine glossa”, cioè alla lettera e senza aggiustamenti di comodo. Solo allora il Vangelo diviene la via della felicità e della “perfetta letizia”. In secondo luogo, perché, contro ogni forma di irenismo dilagante ai nostri giorni, crede che Cristo sia l’unico Salvatore del mondo e che il cristianesimo sia la vera religione. Egli, infatti, andò dal Sultano con il solo intento di convertirlo alla fede cristiana.”

A pochi mesi di distanza dall’intervento di mons. Angiuli, stessa chiave di lettura “controcorrente” offre mons. Antonio Suetta con la sua Lettera pastorale “Non c’è amore più grande”, pubblicata nel giorno di Pentecoste del maggio 2026.

Il vescovo di Sanremo-Ventimiglia ricorda, infatti, che San Francesco nella Regola “non bollata” ordinava ai suoi frati in missione di confessare apertamente di essere cristiani e di annunziare il Vangelo per suscitare la fede in Dio onnipotente, Padre, Figlio e Spirito Santo. Riferendosi agli islamici (“gli infedeli”), San Francesco raccomandava quindi che «… siano battezzati, e si facciano cristiani, poiché, se uno non sarà rinato per acqua e Spirito Santo non può entrare nel Regno di Dio». In tale prospettiva - racconta mons. Suetta - si colloca il celebre incontro del Serafico con il sultano: un incontro dove il rispetto per l’altro non esclude l’annuncio missionario del Signore Gesù. Non si trattò dunque di un incontro improntato a qualcosa di simile all’odierno dialogo inter-religioso, con solidi agganci al multiculturalismo...

Si giunge così al cuore del problema: pensare che i musulmani possano salvarsi semplicemente restando fedeli alle loro convinzioni è un errore grave, perché in definitiva tale giro mentale rende vano il sacrificio di Cristo, che è universale e dunque a beneficio di tutti, anche degli islamici, che riconoscono Gesù ma ne rifiutano la divinità. Per mons. Suetta, dunque, non annunciare Gesù Dio ai musulmani sarebbe come tradire la nostra missione di battezzati. E ancora: “Quanti musulmani che vivono tra cristiani si rivolgeranno a loro, nel giorno del giudizio, dicendo: perché non mi hai lanciato la corda? Perché non mi hai fatto conoscere la verità?”.

Ecco, San Francesco, prima personalmente e poi con i suoi fraticelli, si prodigò per far conoscere la verità anche ai fratelli islamici. Oltre che con un'integra testimonianza di vita, come farlo in concreto oggi? 

Mons. Suetta ricorda che alcune parrocchie francesi, appena al di là dei confini della sua diocesi, stanno sperimentando una pastorale in tal senso. Almeno rifletterci, può risultare utile.

 

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